Giovedì, 13 Marzo 2014 16:34

Dal World Press Photo all'Aquila: Paolo Porto racconta la fotografia

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Paolo Porto Paolo Porto foto Domenico Gualtieri

Fotografo di scena, di cinema ma anche foto-reporter. Paolo Porto è l’unico abruzzese che ha vinto, nel 2002, il World Press Photo, uno dei più importanti premi di fotografia al mondo. Dopo aver lavorato in Italia e all’estero, il fotografo aquilano torna nella sua città per un nuovo progetto.

Siamo entrati nel mondo di Paolo Porto: dall’ultimo progetto, al panorama della fotografia aquilana e italiana, fino al digitale e a tutti i cambiamenti che ha inevitabilmente portato con sé.

 

Paolo Porto, iniziamo dal progetto.

Sono molto contento del progetto che sto realizzando all'Aquila: si esce dalla studio e ci si trova in un’altra realtà. Si tratta di entrare in posti dove non si accede così facilmente, luoghi in cui io stesso non ero mai entrato prima. C’è quindi anche la curiosità di fare dei sopralluoghi: si entra nei vari edifici storici aquilani come, ad esempio, il palazzo De Nardis e la sua cappella privata, o quello dell’avvocato Berti. In quest’ultimo, ad esempio, c’era una carta da parati del Settecento che era scesa dalla parete fino a mezzo metro da terra e sembrava una sorta di fondale marino. Accade così che noti una cosa che ti colpisce e cerchi di portare lì il soggetto giusto per la foto.

Cosa l’ha spinto ad intraprendere un lavoro a L’Aquila?

E’ partito come una sorta di antidepressivo e poi ho l’ho coniugato con la mia passione per la danza contemporanea, che è quasi un’ossessione. Ho iniziato con i danzatori dell’Aquila, che erano tutti molto bravi ma purtroppo la fotografia è spietata: se raggiungi un certo livello con qualche performer, la qualità inizia da lì e bisogna andare oltre. Così tutto quello che è "leggermente giù" diventa "cestino". Insomma, una volta raggiunto, è necessario mantenere un alto livello.

Il progetto si svolge interamente in centro storico?

Al 90% sì. L’unico posto che si trova fuori dall'Aquila è Palazzo Cappa a San Nicandro, che presentava molti spunti interessanti: c’erano ancora i mobili e persino degli animali impagliati. In quel caso, è stato un gioco facile far entrare una bravissima danzatrice e provare nuove cose.

Una volta terminato, pensa di esporlo qui a L’Aquila?

Non dipende da me e in ogni caso nessuno me l’ha chiesto. Ho chiesto già dei preventivi in giro e, per come vorrei stampare, si parla di almeno 600 euro a foto. Non è che il digitale, per quanto riguarda la stampa, sia più economico dell'analogico. Anzi, è il contrario: ci sono delle carte da stampa talmente preziose, che non c’erano neanche ai tempi dell'analogico.

Pensa che la fotografia “artistica” sia ciò di cui culturalmente adesso la città ha bisogno, piuttosto che una fotografia di reportage?

Nelle foto di reportage dell’immediato post-sisma non ho visto grandi cose. Alcuni fotografi di grandi reportage si sono stati addirittura rifiutati di fotografare. Per quanto mi riguarda, ho fatto tre mostre insieme ai colleghi Danilo Balducci e Marco D’Antonio, ma ho avuto un approccio più “sociale” e “amichevole” alla cosa. Ho infatti utilizzato il foro stenopeico per rendere tutto più pittorico e meno "distrutto": potremmo definirlo una sorta di distrutto pittorico, più lontano dalla realtà. Nello specifico ho fotografato con una macchinetta Holga 6x12. In questo modo si accavallano i fotogrammi: trovi così la chiesa di San Bernardino assieme a una scritta fotografata poco prima in un’altra piazza. Anche in questa confusione, cioè nell’errore fotografico, si può trovare qualcosa di particolarmente valido. Comunque tutti i fotografi aquilani hanno fatto un ottimo lavoro: oltre ai due già citati c'è anche Marco Salustro. Con loro, prima della chiusura della tendopoli di Piazza D’Armi, avevamo iniziato a fotografare quelli che avevano denominato gli “irriducibili” - coloro che non sapendo dove andare, non volevano lasciare le tende - e noi eravamo lì. Poi mi chiamarono per un film e lasciai il progetto, ma Marco D’Antonio proseguì il lavoro. Adesso ci sarebbero da fare nuovi reportage sulla ricostruzione, lavorando con tutti gli operai presenti in città e con quelli che verranno. Ad ogni modo, la fotografia artistica, per come la sto facendo io, è molto più difficile perché bisogna innanzitutto convincere delle bravissime danzatrici a venire a L’Aquila e, possibilmente, farle rimanere per non lavorare in fretta e furia. E tutto deve coincidere con la scelta del momento giusto per entrare negli edifici. Sappiamo bene che non sempre coincide: a volte puoi mettere la persona sbagliata nel posto giusto e viceversa, ma è del tutto normale. Fa parte del gioco.

aaa paolo porto facebook1Che momento sta vivendo, dal punto di vista fotografico, il nostro Paese?

In Italia, anche grazie al digitale, si vedono molti italiani che partecipano e vincono concorsi come World Press Photo e Sony World Photography Awards ma di "arte pura", sinceramente, ne vedo poca. Tuttavia, almeno il fotografo Paolo Ventura andrebbe citato. Ultimamente ho visto una sua mostra al Macro di Roma che mi ha particolarmente colpito: si trattava di non più di dieci foto, ispirate a Roma. Erano gigantesche, saranno state alte quattro o cinque metri.
I giovanissimi fotografi, invece sono più agguerriti e hanno molta più presunzione, ma questo è dovuto al digitale: mandano una foto e si sentono subito Josef Koudelka. Ad ogni modo, anche l’arroganza fa parte del gioco. Prima dell’analogico erano in 5mila a partecipare ad un concorso, adesso ne sono 50mila o anche 500mila. I numeri sono talmente alti che c’è tanta robaccia accompagnata da presunzione ma, di certo, ci sono anche giovani più bravi e modesti.

Lei è stato l’unico abruzzese vincere il World Press Photo nel 2002 con una foto all'artista Ines Cera. Cosa ha portato quel titolo nella sua vita professionale?

Dal punto di vista professionale nulla. Magari è anche colpa mia, dal momento che altre persone che hanno vinto lo stesso premio sono state più brave a "giocarsi la carta". Io non l’ho affatto giocata, dunque non è cambiato nulla. Dal punto di vista personale, invece, è stata una soddisfazione. Ma giusto per ricordare che ci sei, nulla di più.

Lei si è rapportato a diversi tipi di fotografia, da quella di scena, a quella in studio, fino alla fotografia cinematografica. Con quale modalità si sente più in sintonia?

Sicuramente con la fotografia di teatro, che però non esiste più. E' la più impegnativa, ma anche la più affascinante. Mi interessa molto anche la fotografia in studio.

Perché la fotografia di teatro non esiste più?

Non esiste più come lavoro commissionato, nel senso che non ti chiamano più per svolgere quel ruolo. E’ questione di mancanza di fondi e di tagli alla cultura: le produzioni e i produttori lamentavano da sempre questa mancanza di fondi, e per parecchi anni ci hanno bluffato e marciato. Adesso, purtroppo, è vero e non c’è più disponibilità economica. Anche nel cinema sono pochissimi i registi che lavorano con il fotografo di scena tutti i giorni, come erano soliti fare prima. Ti chiamano - e ovviamente non ci vai - per farti lavorare un giorno o due a settimana o al mese. Il fotografo è ormai sostituito innanzitutto dalla tecnologia: girando quasi tutto in digitale con il 4k, infatti, puoi prendere direttamente l’immagine che vuoi da quello che hai girato, e ovviamente è la soluzione migliore. Nessun fotografo di scena riuscirebbe a prendere quello che l’attore riesce a dare per la macchina e mai per il fotografo. Inoltre, il punto di vista della cinepresa è quello migliore e se ti posizioni a quattro centimetri a sinistra o a destra il risultato è diverso. Altrimenti se ne occupa lo stesso regista o l’aiuto regista; insomma il fotografo è una figura, tra l’altro fastidiosa per gli attori, che si può evitare.

Ha dei fotografi a cui si ispira o si è ispirato nel corso della sua carriera?

Ce ne sono tantissimi, ne saranno un centinaio: da Nadar e Koudelka. Devo dire che i primi ad affascinarmi sono stati i fotografi pittorici e William Eugene Smith. La fotografia è talmente vasta e bella, che di grandi fotografi se ne trovano in ogni periodo storico.

 

Ecco alcuni scatti del backstage (foto dalla pagina Facebook di Paolo Porto) e del progetto aquilano di Porto (foto dal sito web della danzatrice e coreografa Francesca Foscarini)

Paolo Porto
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Paolo Porto
Paolo Porto
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Paolo Porto
Paolo Porto
Paolo Porto
Paolo Porto
Paolo Porto

Ultima modifica il Sabato, 15 Marzo 2014 16:31

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