Domenica, 24 Gennaio 2021 19:32

Intervista a Sabrina Prioli, cooperante aquilana che chiede giustizia per la violenza subita in Sud Sudan

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Intervista a Sabrina Prioli, cooperante aquilana che chiede giustizia per la violenza subita in Sud Sudan Sabrina Prioli

Una storia di dolore, lacerante, ma anche di infinito coraggio.

E’ scritta sulla pelle di Sabrina Prioli, aquilana, cooperante che, per anni, è stata impegnata in prima linea in territori complessi, difficili e pericolosi. Fino all’incidente, così lo definisce, che nel luglio 2016 gli ha cambiato la vita.

Una storia che vogliamo raccontarvi perché c’è un finale ancora da scrivere.

Raggiungiamo Sabrina in Zambia: “Sono arrivata qui un anno e mezzo fa”, racconta; “ho lavorato tanti anni in Colombia e in Perù, sono stata a lungo in Africa operando come consulente. Oggi mi occupo del burnout del cooperante: i cooperanti lavorano in contesti difficili e non hanno aiuti psicologici e un’assistenza dalle organizzazioni quando ne hanno bisogno, come è accaduto a me, dopo l’incidente. In particolare, sviluppo progetti per le donne che hanno subito violenza sessuale: in Africa, la violenza sulle donne come arma di guerra è una pratica ancora molto diffusa”.

Sabrina è sociologa di formazione; è sempre stata sensibile alle problematiche sociali e al tema dei diritti umani. “Mi sono specializzata in cooperazione internazionale e, quindi, in monitoraggio e valutazione di progetto. Ho iniziato ad operare con le Università di Roma e Teramo; poi, ho lavorato come consulente in Africa con diverse ong. Mi sono occupata di bambini soldato in zone di conflitto, in Colombia per esempio, ma ho lavorato anche con comunità indigene, in Amazzonia e nei deserti della Guajira colombiana: lì ho davvero lasciato un pezzo di cuore”.

Negli occhi di Sabrina si legge la passione, l’amore per il suo lavoro. Nonostante tutto. Nonostante l’incidente.

Luglio 2016, la cooperante aquilana si trova in Sud Sudan; è stata ingaggiata dall’agenzia statunitense Usaid per una missione di sei mesi. E’ quasi finito il primo periodo di esplorazione della durata di venti giorni, al termine del quale Sabrina sarebbe tornata per un breve periodo a casa. Ma scoppia la guerra civile tra le truppe governative di Salva Kiir e quelle di opposizione di Riek Machar, i leader che si contendono il comando di un paese poverissimo, non pacificato, dilaniato da scontri tribali.

“Sono arrivata a Giuba, la capitale, 15 giorni prima dello scoppio lampo della guerra civile; avrei dovuto seguire progetti Usaid di pacificazione, per creare colloqui tra il governo e le varie tribù. Era un contesto difficile, ma non c’erano avvisaglie di guerra. E invece, è andata diversamente. Eravamo ospitati in un compound di una compagnia inglese certificata dalle Nazioni Unite; tuttavia, sin dai primi giorni mi ero resa conto che il compoud non era affatto sicuro. Sta di fatto che, allo scoppio del conflitto, non ci è stato assicurato un corridoio umanitario, neanche dalle Nazioni Unite che erano ad un chilometro da noi: non ci hanno portato in un albergo, come accaduto per gli altri cooperanti sul territorio; siamo rimasti isolati nel compoud, eravamo un centinaio di persone. Avevamo il generatore e, dunque, eravamo in contatto continuo con gli organi preposti alla sicurezza, l’ambasciata americana, la Farnesina; ci rassicuravano ma non provvedevano a trasferirci altrove. Sapevamo che, passati tre giorni, il peggio doveva ancora arrivare: ed infatti, al quarto giorno i soldati governativi sono entrati nel compound: hanno fatto di tutto e di più. E' arrivata la National Security, chiamata dall’ambasciata americana che non ha potuto inviare i marines che dovevano occuparsi, appunto, della sicurezza dell’ambasciata. Capite bene che membri della National Security e soldati governativi, che avevano forzato il compound, erano quasi colleghi: per questo, gli è stato consentito di fare ciò che volevano. Gli uomini sono stati liberati, le donne invece sono state il loro prolungamento del campo di battaglia. Io sono rimasta vittima di violenza sessuale, percossa quasi a morte insieme ad altre colleghe”.

Sabrina ha la voce rotta, il tono è ancora agitato ricordando quelle terribili ore di violenza che ha messo per iscritto, in un racconto tragico e vivido, nel memoir intitolato “Il viaggio della Fenice”, pubblicato con Amazon.

In quei giorni di guerra civile moriranno 300 civili e due caschi blu cinesi dell’Onu; nel compoud verrà ritrovato il corpo senza vita di Ben, un giornalista che lavorava per un’altra Ong. "Sono stata testimone dell’esecuzione del giornalista", racconta Sabrina; "gli hanno sparato in testa, ed io ero lì. Ho assistito alla violenza sessuale sulle altre donne". 

Per ore, Sabrina resta tra le macerie della devastazione, temendo di poter morire in ogni istante. Fino a quando non arrivano altri soldati a liberare gli ostaggi, colleghi di coloro che poco prima avevano attaccato il compound; la cooperante aquilana con una collega resterà nel compoud altre 24 ore, "hanno liberato tutti e tutte tranne noi. I caschi blu e le agenzie di sicurezza non sono venuti a liberarci nonostante già ci fosse stato il cessate il fuoco".

Da quel momento, inizia un’altra storia.

Sabrina denuncia, non resta in silenzio, non si arrende. “Sin dall’inizio, è stata difficilissima la battaglia per ottenere giustizia; sono riuscita a denunciare la mia storia 'agganciandomi' al lavoro che stavano facendo gli avvocati della società inglese proprietaria del compound per ottenere un risarcimento. Mi sono riallacciata ad un processo civile, non penale. Essendo una testimone, ho potuto far venire fuori la violenza sessuale: d’altra parte, nessuna delle nostre organizzazioni aveva denunciato il crimine di cui eravamo rimaste vittima. Una follia. Mi sono battuta per il diritto mio di essere risarcita e di ottenere giustizia. Ho preteso di poter testimoniare davanti la Corte Marziale, che il caso della violenza sessuale fosse aperto. Pensavo di non riuscirci: in Sud Sudan i diritti umani sono calpestati ogni giorno. Ma ho coinvolto la stampa internazionale e, dunque, le autorità locali hanno dovuto dare una risposta. Mi hanno concesso di poter testimoniare; avevo chiesto di poterlo fare tramite skype, non volevo tornare in Sud Sudan, me l’hanno impedito pensando che avrei rinunciato e, invece, sono partita e sono tornata in Africa a mie spese”.

Sabrina ottiene appoggio logistico dall’ambasciata italiana in Etiopia e protezione dell’ambasciata americana; nel frattempo, anche l’FBI aveva aperto una inchiesta sui mandanti di quell’attacco al compound. Diventa, così, la “testimone numero 1” del processo contro 12 soldati governativi; dopo la sua testimonianza, altri decideranno di parlare via skype.

Il 6 settembre 2018, la Corte Marziale ha condannato due soldati all’ergastolo, altri otto a pene dai 7 ai 14 anni di carcere. “Ho parlato per sei ore, rispondendo ad insinuazioni e domande assurde, quasi fossi io la colpevole. Il verdetto, però, è stato assurdo”. In effetti, alla società inglese proprietaria del compound sono andati 2.5 milioni di dollari di risarcimento, alle vittime 4 mila dollari. Una vergogna, un’offesa: l’ennesima; “soldi che non avrei accettato ma che, comunque, non ho mai visto. D’altra parte, non avevo nessuno accanto a me: sono stata difesa da un avvocato del Sud Sudan che non era affatto preparato”.

Le autorità italiane non hanno fornito a Sabrina alcun tipo di aiuto, sebbene il Sud Sudan sia uno dei paesi considerato dal Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione “ad azione prioritaria” e a cui sono destinati, dunque, milioni di euro in aiuti internazionali; nel 2018, l’Italia ha stanziato 15 milioni di euro per opere idrauliche e progetti di educazione. “Dal momento del mio rientro in Italia ad oggi, non ho ricevuto nessun supporto né dalle istituzioni americane per cui lavoravo né dal ministero italiano degli Affari esteri. Ho richiesto un appoggio diplomatico, fino ad ora inutilmente: pensate che non ho potuto neanche fare appello perché il file del processo è andato distrutto. E’ dovere del nostro paese far rispettare gli accordi firmati per la difesa dei diritti umani: io sono una cittadina italiana che ha subito un crimine in Sud Sudan e l’Italia ha il dovere di chiedere un risarcimento. E’ giusto che sia così”.

Pensate che le autorità italiane non hanno neanche provveduto al rientro della cooperante: "Sono tornata sola, nello sconvolgimento mentale in cui ero. Arrivata a Roma, non c’era nessuno ad accogliermi e a chiedermi se avessi avuto bisogno di assistenza medica e legale; solo la mia famiglia, sconvolta quanto me".

E sia chiaro, Sabrina non chiede semplicemente un risarcimento equo che pure le spetterebbero – non potrà essere mai risarcita per ciò che ha subito – chiede che si faccia pienamente giustizia.

E’ l’ennesimo caso in cui le autorità italiane si dimostrano incapaci di tutelare i propri cittadini vittime di violenza in altri paesi. “La politica estera è molto debole; penso al caso di Giulio Regeni, e non solo. Non capisco, sinceramente; non comprendo i motivi di questa debolezza”. E non comprende, Sabrina, la disattenzione della stampa italiana: “Questa storia va avanti dal 2016: sono rimasta delusa dalla stampa italiana. Ho provato a sensibilizzare le grandi testate nazionali, senza successo: ciò che sono riuscita a fare è passato dalla stampa internazionale, che è stato strumento di pressione sulle autorità del Sud Sudan. In Italia, però, non ho trovato alcuna attenzione”.

Sabrina si è battuta per avere giustizia, anche per coloro che non potevano; ha lavorato sempre per le donne, e non poteva che portare fino in fondo la sua battaglia. “Se noi cittadini continuiamo ad essere schiacciati nei nostri fondamentali diritti umani, è perché ci rassegniamo al silenzio delle istituzioni che dovrebbero invece gridare assieme a noi e per noi! Negli anni ho sopportato e continuo a sopportare il silenzio delle istituzioni, della stampa, dell’opinione pubblica. Il loro silenzio mi ha caricato di nuove energie e forze per affrontare la realtà. Le istituzioni, i governi hanno l’obbligo di fare rispettare questi diritti attraverso sanzioni! Io ho il diritto di ottenere giustizia e riparazione. Tutte le donne che subiscono violenza sessuale devono essere riparate moralmente ed economicamente”, l’appello di Sabrina.

Un appello che rilanciamo, sperando che le Istituzioni a tutti i livelli – da quello locale a quello nazionale – prestino finalmente ascolto alla sua voce, dando il pieno supporto a Sabrina per la sua battaglia.

Ultima modifica il Domenica, 24 Gennaio 2021 22:14

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