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Mercoledì, 19 Gennaio 2022 15:22

Quirinale, intervista al senatore Quagliariello. Sulla candidatura di Berlusconi: "Siamo nella condizione del bambino che dice al Re di essere nudo". E sul futuro, apre a Renzi: "C'è spazio per un partito centrista liberale"

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Più che le elezioni presidenziali del 1992, squassate dal drammatico attentato a Giovanni Falcone nel mezzo della tempesta di Tangentopoli che stava disgregando la Prima repubblica, “queste elezioni mi ricordano il 2013 con la rielezione per un secondo mandato di Giorgio Napolitano”.

Gaetano Quagliariello ha una lunga memoria storica: in parlamento dal 2006, è stato ministro per le Riforme costituzionali nel governo di Enrico Letta; da posizioni radicali si è avvicinato, nel 1994, a Forza Italia animando la rivista ‘Ideazione’ di Domenico Mennitti. Tra i fondatori del Popolo delle Libertà, ha poi aderito al Nuovo centrodestra di cui è stato coordinatore nazionale; alla rottura con Angelino Alfano è seguita la nascita di Idea, col ritorno all’opposizione del governo di Matteo Renzi, l’accordo con Noi con l’Italia per fare da quarta gamba alla coalizione di centrodestra fino ai giorni nostri, con la nascita di Cambiamo prima e Coraggio Italia poi che Quagliariello ha contribuito a fondare con Giovanni Toti e Luigi Brugnaro.

Un movimento che conterà 32 grandi elettori.

“Penso al 2013 perché, come allora, mi pare ci sia lo stesso Parlamento liquido e, d’altra parte, non c’è un vero king maker; alle ultime presidenziali fu Matteo Renzi, che agiva da Palazzo Chigi: stavolta, a Chigi siede uno dei pretendenti al Colle. Dunque, è difficile che uno dei due schieramenti possa fare da solo. Nel 1992 ci fu una vera e propria crisi di sistema, determinata, anche, dall’allungamento delle votazioni per l’elezione del Capo dello Stato: spero francamente che ciò non si verifichi; diciamo che il riferimento a ciò che accadde trent’anni fa vale come ammonimento più che come paragone”.

Liquidità del parlamento, mancanza di king maker, non autosufficienza delle coalizioni classicamente intese: sono gli stessi motivi che giustificano la ‘freddezza’ di Coraggio Italia verso la candidatura al Colle di Silvio Berlusconi che, in queste ore, sta malinconicamente tramontando. “Siamo stati leali”, rivendica Quagliariello: “in questo momento, facciamo parte della coalizione di centrodestra - pur essendo convinti che queste coalizioni non reggano più: una coalizione presuppone non soltanto una convenienza aritmetica ma un programma comune, e vale sia per il centrodestra che per il centrosinistra – e, dunque, faremo ciò che si deciderà con i nostri alleati. Ciò non vuol dire, però, mettere il cervello in naftalina. Essere leali non significa essere supini. Abbiamo detto a Berlusconi come la pensiamo: abbiamo detto ciò che tutti vedono ma che pochi hanno il coraggio di dire. Siamo un po’ nella condizione del bambino che dice al Re di essere nudo”.

In sostanza, Coraggio Italia ha detto a Berlusconi che non ha i numeri e che non li troverà; con la situazione data, va indicata una personalità inclusiva, capace di andare oltre gli schieramenti costituiti.

Un ragionamento che guarda anche al futuro, se è vero che in molti si dicono convinti che l’elezione del Capo dello Stato segnerà un prima e un dopo rispetto agli equilibri tra le forze politiche. In questo senso, non è un mistero che si stia lavorando alla nascita di un partito centrista, liberale: “In politica, a volte, ragiono in maniera un po’ troppo teorica; dunque, prenda quello che dico col beneficio di inventario. Fatta la premessa: i sistemi bipolari sono sistemi centristi, sistemi che tengono al centro; al centro devono esserci, da una parte e dall’altra, delle forze che 'pesino' almeno quanto quelle estreme e, soprattutto, al centro debbono esserci gli elettori. In questo modo, i sistemi bipolari funzionano; al contrario, se vengono guidati dagli estremi – da una parte e dall’altra – si arriva all’evidenza che ogni elezione è una specie di sfida sul sistema, una sfida delegittimante. Oggi ci troviamo in questa situazione: vale per il centrodestra e per il centrosinistra. Ciò comporta che le coalizioni non siano più tenute insieme da programmi ma, fondamentalmente, da una convenienza dei diversi partiti. Credo che dal ’94 ad oggi sia la prima volta che, al centro del sistema, c’è lo spazio per la nascita di un grande partito liberale, di tipo europeo, con sensibilità differenti certo, da quelle più conservatrici come la mia a quelle progressiste, ma con un minimo comun denominatore, più forte di quello che trovano nelle attuali coalizioni di riferimento”.

Non si può non notare come Matteo Renzi, in questi giorni, abbia più volte ribadito che, stavolta, i numeri stanno dalla parte del centrodestra; tuttavia, se ai grandi elettori di Pd e Cinque stelle si aggiungessero quelli di Italia viva, ci sarebbe un sostanziale equilibrio. Renzi ha chiuso la porta a questa ipotesi, aprendo alla candidatura di un profilo di centrodestra per il Quirinale. E ciò pare andare proprio nella direzione indicata da Gaetano Quagliariello. “In passato, i miei screzi con Renzi sono stati notevoli; ritengo, però, che la politica sia più forte delle impressioni e dei rapporti personali. Non posso che prendere atto che Renzi ha chiuso a sinistra, ribadendo che la sua prospettiva non è in una coalizione con i grillini e aprendo, come diceva, ad una ipotesi centrista. Aggiungo: il fatto che abbia detto che non c’è una conventio ad excludendum nei confronti di una candidatura che venga dal centrodestra, che però dovrebbe essere ben recepita dall’altra parte, è un passo avanti importante. Fino ad oggi, i presidenti della Seconda repubblica sono stati tutti espressione della sinistra; Renzi ha riconosciuto che quella espressa dal centrodestra non è una storia politica minore. E questo va valorizzato, non si può far cadere così”.

Chiaro il ragionamento del senatore di Coraggio Italia, così come è chiara la risposta rispetto al profilo che Matteo Salvini ha detto di avere in mente e che, parole sue, piacerà a molti: “Non ho idea di chi possa essere, non è facile leggere nelle intenzioni di Salvini che qualche volta appaiono anche mutevoli. Credo ci possano essere differenti nomi in campo, però: non credo ci sia un solo profilo. Bisogna innanzitutto capire le intenzioni di Berlusconi; ripeto, con lealtà abbiamo manifestato tutti i nostri dubbi sulla sua candidatura: se non la ritirasse ci sentiremmo impegnati, se dovesse fare un passo indietro, allora si aprirebbero i giochi”.

Tenendo a mente che ci sono due nomi con cui fare inevitabilmente i conti: Sergio Mattarella, sebbene abbia più volte ribadito l’indisponibilità ad accettare un secondo mandato, e Mario Draghi. “Mattarella ha fatto capire in tutti i modi di non avere intenzione di accettare un secondo mandato; in questo orientamento confluiscono, a mio parere, le sue convinzioni costituzionali e l’esperienza di Napolitano, l’unico presidente che ha accettato un secondo mandato e che, da un punto di vista personale, avrebbe fatto meglio a non farlo. E’ evidente, però, che se Mattarella cambiasse idea, la sua candidatura dovrebbe essere presa in considerazione e probabilmente prima delle altre; non siamo in un momento normale, l’Italia ha fatto bene in questo ultimo anno ma resta fragilissima dinanzi alla pandemia, dinanzi all’Europa per la gestione dei fondi del Recovery, dinanzi all'opinione pubblica mondiale. Rispetto alla candidatura di Draghi, inutile dire che ci darebbe prestigio a livello internazionale; la maggiore complicazione che presenta è che dovrebbe essere accompagnata da un accordo sul governo. Credo sia interesse di tutte le forze politiche avere un governo che abbia almeno la stessa autorevolezza di quello che oggi Draghi presiede. E’ questa la difficoltà che vedo. Sono ragionamenti che stanno al centro delle interlocuzioni tra i partiti e ci staranno ancora di più quando il campo sarà libero da ipotesi che, al momento, dobbiamo considerare ancora plausibili”.

Dunque, Quagliariello si lascia andare ad una previsione su come andranno le votazioni: “Penso che le votazioni giuste siano quelle che vanno dalla quarta alla sesta; è difficile una elezione in prima battuta, seppure auspicabile, anche per le difficoltà legate al covid; avremo un certo numero di grandi elettori che non potranno votare perché in isolamento o in quarantena e ciò renderà difficile raggiungere i quorum che, lo ricordo, non sono calcolati sui votanti ma sul plenum. Andare oltre la sesta o la settima votazione, però, sarebbe davvero scellerato in questo particolare momento storico”.

Ultima modifica il Mercoledì, 19 Gennaio 2022 15:37

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