Domenica, 24 Agosto 2014 21:33

Voci dalla Palestina / 3. Da Nablus a Gerusalemme: vita e prigionia nelle strade

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Gerusalemme Gerusalemme

Continua il reportage Voci dalla Palestina. Un cooperante italiano, in missione in queste settimane in Palestina, ha scelto di raccontare la propria esperienza a NewsTown. Dopo le prime due puntate, "Resistere e sperare nel futuro" e "Oltre il muro", per il terzo appuntamento andiamo nelle strade di Gerusalemme.


di J. I. - Gerusalemme. Solo dopo tre giorni dall’ultimo report trovo un computer per poter accedere a internet.

Giovedi ho lasciato il campo profughi di Aida per dirigermi verso Nablus, nord della West Bank, a due passi da Jenin, quella stessa Jenin che caro ha pagato il prezzo della seconda Intifada nel 2000.

La storia di Nablus è intrisa di bellezza e anche di tanta sofferenza. Il Ramadan durante la seconda Intifada portò via con sé ben 48 martiri, ancora oggi ricordati con foto esposte per le strade.

Le affascinanti vie orientali di Nablus furono bombardate per reprimere una rivolta popolare troppo pericolosa per Israele.

Qui abbiamo incontrato Myassar, una fantastica e bellissima donna, attiva nella “Women General Union”, un’organizzazione per la tutela delle donne palestinesi, con particolare attenzione a quelle in prigione. Myassar è stata rilasciata qualche mese fa, dopo aver scontato per la terza volta la sua pena.

Alla domanda “Di cosa sei stata accusata?” ha risposto “Di essere palestinese”. Una donna in carcere subisce violenze fisiche e psicologiche, soprattutto se palestinese; viene svestita di tutto, trattata come una bestia, malmenata, violentata, ma la rete di solidarietà che si crea dietro le sbarre mantiene alta la loro dignità, come donne e come palestinesi, e le rende ancora più tali.

La prigionia rischia di trasformarti, togliendoti il tuo essere uomo o donna. Myassar è una palestinese ma prima di tutto è rimasta donna, una donna forte, consapevole, che ha deciso di non sposarsi e di non avere figli propri. Ma in realtà di figli ne ha parecchi, circodata dai numerosi nipoti che lei stessa chiama figli e che ha deciso di crescere in casa sua.

La prigionia, però, toglie tanto a un palestinese. Molti sono i padri e le madri che vengono arrestati avendo figli piccoli. Myassar ci parla di loro raccontandoci della reazione di suo nipote di 7 anni, che non ha riconosciuto il padre una volta liberato dal carcere.

Molte sono le storie che questa donna di ferro ha raccolto ogni giorno della sua prigionia in un suo diario. Per arrivare a Gerusalemme, inevitabilmente, bisogna oltre passare il check point di Qalandia, uno dei più angoscianti e dei più grandi. Giornalmente, centinaia e centinaia di palestinesi da Ramallah e non, oltrepassano un corridoio largo 80 centimetri, chiuso da sbarre di ferro ai lati e sopra la testa, circondato da numerose telecamere.

Il passare lì dentro mi ha tolto il respiro, e un senso di oppresione e di claustrofobia mi ha attraversato il corpo.

Una volta fuori ci è giunta la notizia che Joussef, un ragazzino di 15 anni che nei giorni scorsi ha partecipato al campo estivo presso il Centro Amal Al Mustakbal di Aida, è stato arrestato dai soldati israeliani durante forti scontri nel campo profughi. Lui è solo uno dei tanti minori palestinesi che l’esercito arresta arbitrariamente ogni giorno.

Sulla via per Gerusalemme, lo scorso sabato sera, ci sono stati numerosi posti di blocco. Alcuni militari israeliani hanno fermato il nostro autobus.

Una ragazza, credo sui diciannove anni, sale a bordo armata di mitra e con arroganza ci chiede il passaporto che nemmeno si ferma a guardare. Arrivato a Gerusalemme ti rendi conto che qualcosa manca in questa città, che nonostante tutto mantiene il suo fascino.

C'è tensione nell’aria. La Città Santa è completamente vuota. Le strade sono animate solo da qualche ebreo ortodosso e da tanti, troppi militari.

Due ragazzini palestinesi sfrecciavano con le loro bici davanti un posto di blocco, riuscendosi a divertire nonostante la situazione, per molti diventata la normalità.

Il posto dove eravamo diretti si trova ad A-Tur, nella parte araba del Monte degli Ulivi. E’ una casa aperta, messa a disposizione da Ibrahim, un anziano beduino, apolide, per i pellegrini della Città Santa.

Ma sulla strada siamo stati bloccati. Una ventina di militari israeliani stavano sparando verso dei ragazzini armati di sassi e fionde. I nostril vestiti si sono impregnati della puzza dei gas lacrimogeni.

Non apppena hanno visto il nostro arrivo, i soldati hanno indietreggiato e si sono fermati per qualche minuto. Alcuni signori palestinesi ci hanno offerto la propria casa per qualsiasi evenienza. Ma siamo rimasti fuori a guardare con loro che ci dicevano cosa fare affinché non ci succedesse niente.

Uno sparo, poi un altro. I soldati stavano usando pallottole di gomma verso gli shebab. Te ne rendi conto dal fischio che senti quando ti sfrecciano vicino. Lanciano una granata. L’esplosione è assordante. I ragazzi indietreggiano, ma poi continuano a lanciare sassi. I palestinesi ci dicono di entrare e continuiamo a guardare dalla finestra. Ad un certo punto i militari avanzano e riescono a prendere un ragazzino. Ha solo 11 anni. Lo portano in una macchina dell’esercito. Nel buio della strada si intravede però l’interno. I militari lo colpiscono più e più volte con il collo dell’arma; il ragazzino è inerme, disarmato e non può difendersi.

I palestinesi che avevamo incontrato tirano fuori un telefonino e corrono verso la macchina per riprendere. Ci invitano a fare lo stesso affinché il mondo possa vedere.

Molti gridano in arabo ai soldati “andatevene a Gaza”, altri“ siete voi i veri terroristi”.

Portano via il ragazzino e continuano a sparare verso gli altri. In strada è scesa più gente. Un signore dice ad un militare di riportarlo indietro. I soldati dell’esercito lentamente indietreggiano per andarsene, ma non senza ferire prima un ragazzino che subito è medicato da un’ambulanza lì presente.

Sotto pressione, il comandante dell’operazione promette di riportare il ragazzino una volta ritirati gli shebab. Ma secondo i militari israeliani c’è troppa gente in strada, compresi noi internazionali. Lanciano un paio di granate in direzione nostra. Colpiscono un furgone. Ci riversiamo in casa dove siamo rimasti fino a quando i militari non se ne sono andati.

Dopo una decina di minuti il signore che ci ha messo a disposizione la casa, si offre di accompagnarci da Ibrahim, dove arriviamo sani e salvi.

La situazione a Gerusalemme è mutata molto negli ultimi tempi; l’episodio di sabato sera è la prova che sia da parte palestinese, come reazione all’occupazione, che da quella israeliana nell’opprimere un popolo, qualcosa è seriamente cambiato.

 

 

Ultima modifica il Lunedì, 25 Agosto 2014 10:26

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