Sabato, 04 Gennaio 2014 15:29

Porta Barete: l'altro video su "L'Aquila nova" e la necessità di un salto di qualità

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Santa Maria Paganica Santa Maria Paganica

Se sono in molti ad aver visto il 3D del progetto di Porta Barete, realizzato da Antonello Buccella sulla base delle idee di Monsignor Antonini contenute nel libro "L'Aquila Nova negli itinerari del Nunzio" (One group edizioni, 2012), sono molti di meno coloro che hanno visionato quello precedente.

Chiamato come il libro e pubblicato su YouTube dall'account di Francesca Pompa, la presidente della One Group, anche questo video (visibile sopra) non ha la pretesa di contenere rilievi e prospetti architettonici esatti ma ha la funzione di divulgare ulteriormente e in maniera pedagogica la proposta di Antonini e la sua visione della ricostruzione dell'Aquila attraverso immagini e didascalie.

Il cuore dell'impianto concettuale che emerge, e su cui si basa la visione di Antonini, è abbracciare la teoria del restauro possibilista (non conservativo) in nome della "regola suprema della bellezza".

"Purtroppo - recita però un'altra didascalia - la legislazione emanata dopo il sisma difetta della visione strategica e sceglie la via più comoda della formula del dov'era e com'era".

Ma Antonini in nome di un ipotetico concetto di "bellezza suprema" oggettivo, si scontra con il dov'era e com'era solo per sostituirlo con un com'era e dov'era ancor più remoto.

antonini webLe trasformazioni da lui proposte infatti si ispirano sostanzialmente tutte al periodo antecedente il terremoto del 1703, dopo il quale "la ricostruzione non essendosi potuta completare per carenza di fondi, ha lasciato alcuni monumenti sfigurati ed altri monchi".

La didascalia nel video specifica che "ciò che ha sfigurato la bella 'forma urbis' storica dell'Aquila sono l'urbanizzazione ottocentesca, gli sventramenti del 'ventennio' e sopratutto la forsennata espansione edilizia di secondo Novecento".

Antonini propone dunque trasformazioni ispirate all'epoca medievale, alla ricerca di una sorta di purezza delle origini in alcuni tratti così fuori dal tempo da sembrare grottesca più che bella.

Così facendo si rischierebbe di trasformare la città dell'Aquila (quella che con i suoi difetti "ci ha visto nascere e crescere") in una sorta di Disneyland in cui l'urbanistica e la sua funzionalità passerebbero quantomeno in secondo piano. Una città museo dalla quale verrebbero cancellati gli ultimi trecento anni, e in cui non pare vi sia traccia di innesti di architettura moderna accanto all'antica, cosa che chi scrive reputerebbe ad esempio di una certa bellezza, senza la pretesa di aggiungervi l'epiteto "assoluto".

Cancellare 300 anni di storia urbana che, nel tessuto sia ottocentesco che del ventennio, ha comunque elementi di qualità, sarebbe più che altro grave. Il risultato di tale operazione sarebbe non di valorizzare il portato storico della forma urbana, ma di mistificarlo completamente. In pratica ci troveremmo di fronte ad un "come sarebbe dovuto essere secondo Antonini". Se nel '700 e nei 300 anni successivi si è ritenuto che alcuni manufatti architettonici avessero la loro funzione e fossero percepiti completi così com'erano non si comprende la necessità odierna di trovarvi incompletezza e necessità di intervento. Nelle brevi didascalie in cui si parla dell'approccio metodologico al restauro si evita tra l'altro di dire che il termine possibilista riguarda tematiche di rapporto tra antico e contemporaneo e non certo, per essere buoni, di revivalismo storico per non parlare di vero e proprio falso.

Nel video - che si propone di immortalare le trasformazioni pensate da Antonini - vediamo per lo più delle superfetazioni verticali in stile medievale. Alcune delle quali plausibili, altre sinceramente meno.

Ma è la visione complessiva che lascia perplessi perché va inoltre ad incidere sulla memoria visuale e sulla percezione della città che ognuno di noi ha, come ha prodotto per altre vie ma in maniera non del tutto dissimile lo stesso 'Progetto case'. In qualche modo è come se si volesse riscrivere il passato in un processo abbastanza alienante.

L'Aquila infatti, fino al 6 aprile, non sarà stata la città della "bellezza assoluta" ma per lo meno era anche vissuta dai suoi abitanti con tutte le contraddizioni della vita e non era pensata come semplice oggetto di meta per turisti alla ricerca di sacre rievocazioni medievali.

La voglia di passare dal limitante "com'era dov'era" espresso dall'attuale legislazione, al museificante "indietro tutta", è espressa tra l'altro già nella copertina del libro "L'Aquila Nova" non a caso biancorossa, i colori del Comune prima del terremoto del 1703. Allora perché piuttosto non dare colori nuovi come ebbero il coraggio di fare appunto nel 1700?

Sulla necessità di un salto di qualità nella discussione

Finora è esplosa nella ricostruzione la questione "Porta Barete" collegata al progetto in corso di riqualificazione delle mura antiche.
"Porta Barete" però è stata ridotta troppo semplicisticamente a uno scontro tra i residenti del civico 207 di Via Roma - che difendono il diritto a rientrare nel più breve tempo possibile nelle loro abitazioni, dopo aver ottenuto lo stanziamento del contributo per il progetto del loro condominio - e l'idea di Porta Barete promossa da Antonini, supportata dal Comune e la lobby, legittima, che lo sostiene.

Nell'ultimo incontro promosso a Casa Onna (il prossimo 7 gennaio Comune ed inquilini torneranno ad incontrarsi) dall'ufficio della partecipazione si è arrivati ad assistere allo scontro diretto tra gli inquilini, presenti sempre al completo, e il cartello di associazioni (come Jemo 'nnAnzi, l'Archeoclub dell'Aquila e Panta Rei) più alcuni intellettuali (il cosiddetto movimento dei 39). Assente la città, e questa sarebbe la partecipazione. Non è una critica al Comune, sia inteso. Forse nessuno sa come si pratica in certi casi la "magia" della partecipazione e come si dia lo start a taluni processi virtuosi, ma di sicuro la questione interessa non solo questi soggetti e ha bisogno di un salto di qualità generale nella discussione.

Appena i leader del "comitato inquilini Via roma 207" hanno provato ad andare oltre la questione della sostituzione edilizia in sé, parlando ad esempio del terrapieno di Via Roma, è stato loro sostanzialmente chiesto di accontentarsi del compromesso (che eviterebbe la sostituzione edilizia) e che non è poi affar loro il resto.

Invece, adesso che anche grazie alla diffusione dei video è maggiormente comprensibile ai più il pensiero generale di Antonini, la stessa supposta storicizzazione (o meno) del terrapieno - e quindi la sua presenza o meno - prende un significato più importante, quasi centrale. Non a caso la sua eliminazione va in contraddizione con gli equilibri urbanistici trovati dalla città fino al 6 aprile 2009 nonché a principi di sicurezza legati alle vie di fuga per i quartieri di San Pietro e San Domenico. Insomma una questione che, comunque la si veda, nasconde varie problematiche da affrontare chiamando a raccolta la città e i suoi saperi.

Antonini da parte sua ha il merito di aver presentato idee e proposte dentro un disegno complessivo, magari non condivisibile, mettendolo però sul tavolo pubblico e non gli è stato difficile trovare altri alleati. Al contrario pochi altri, o nessuno (al di là del Piano di ricostruzione che ricalca il "com'era e dov'era"), hanno fatto la stessa cosa con progetti di segno diverso, e sarebbe ora che ciò accadesse per fornire altri modelli da discutere senza cadere nello scontro ideologico.

Se è vero che il Piano di ricostruzione non esprime altro che un reazionario (quanto pragmatico) "com'era e dov'era" non si deve fare l'errore di credere che il disegno di Antonini sia più innovativo dato che non fa altro che tornare ancora più indietro.

Il rischio è che il Comune scambi il Nunzio per il profeta e L'Aquila diventi così una sorta di Disneyland del sacro.

Ultima modifica il Venerdì, 10 Gennaio 2014 18:48

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