Sabato, 30 Luglio 2016 10:32

Ricostruire L'Aquila in 3D con le nuove tecnologie del restauro

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Una stampante digitale Una stampante digitale

Ricostruire la mensola crollata di un balcone in pietra o il particolare del volto di una scultura in marmo. Ricomporre il cornicione danneggiato di un palazzo. Restituire integrità a un fregio architettonico che sembrava irrimediabilmente compromesso.

E' in costante aumento anche nel campo del restauro integrativo e, più in generale, in quello della valorizzazione e conservazione del patrimonio culturale l'impiego di tecnologie legate alla stampa digitale.

Fino a qualche anno fa gli esempi erano sporadici e si trattava soprattutto di scansioni destinate alla costruzione di modelli virtuali. Grazie a una tecnologia che si fè fatta mano mano più economica e alla portata di tutti, si è passati, in poco tempo, dalla scansione alla copia al restauro vero e proprio.

Le applicazioni della stampa 3D, già praticamente infinite, potrebbero trovare un ulteriore campo di sperimentazione all'Aquila e negli altri Comuni del Cratere.

Su questa convinzione si basa la scommessa fatta da Giada Mattia e dagli altri ragazzi di Talea Restauro, società nata all'Aquila nel marzo del 2014 da una joint venture tra Paleonova (ditta specializzata in restauri) e Sea (Servizi Energia Ambiente, società di ingegneria attiva nel campo dell'efficienza energetica e nelle progettazioni edili e impiantistiche).

Talea viene fondata con l'intento specifico di usare tecnologie di scansione, modellazione e stampa 3D per realizzare, in tempi rapidi e a costi contenuti, restauri e integrazioni di reperti archeologici, statue ed elementi architettonici danneggiati dal terremoto.

Sono già diversi, in Italia, i progetti sociaetari e i FabLab che hanno iniziato a dedicarsi allo sviluppo metodologico e operativo delle tecniche di restauro che sfruttano la tecnologia digitale. Ma mai prima d'ora qualcuno aveva provato a farlo in una ricostruzione post-sismica.

“Il nostro intento” spiega Giada “era quello di unire due tipi di know-how: quello artistico e artigianale della nostra azienda e quello tecnico, amministrativo e gestionale di Sea. Due mondi diversi ma non incompatibili”.

Se le competenze c'erano già, i capitali per l'investimento iniziale sono arrivati grazie al bando Smart&Start e ai fondi stanziati dal governo per il rilancio del tessuto economico e produttivo dell'Aquila e del suo circondario.

“Il bando era molto complesso” afferma Giada “ma alla fine ci ha permesso di ottenere un finanziamento di 200 mila euro, soldi con i quali abbiamo comprato stampanti, scanner, frese, computer e software”.

La procedura alla base del restauro in 3D è abbastanza semplice: con uno scanner digitale simile a un ferro da stiro viene realizzato il rilievo in 3D del manufatto danneggiato. Dal rilievo viene poi creato il corrispettivo modello digitale tridimensionale.

Si può stampare in 3D la singola porzione dell'elemento interessato - che poi verrà posizionata per colmare dei vuoti o delle lacune - oppure stampare direttamente in negativo, realizzando una sorta di calco che verrà poi utilizzato per ricreare l'opera nella sua integrità.

L’esito finale dipende dalle scelte di chi dirige il restauro o dei committenti privati. In certi casi, spiega sempre Giada, la richiesta è la riconoscibilità dell’integrazione, in altri è un lavoro mimetico: dipende dalla sensibilità dei singoli ma anche dal tipo di danno su cui si va a intervenire.

Sempre a seconda delle esigenze, si possono poi utilizzare materiali di vario tipo: ceramica, materiali a base di polvere di marmo, metalli ma anche plastica rigida, semi rigida o flessibile.

Il vantaggio, naturalmente, sta nell'abbattimento dei tempi, dei costi e anche dei rischi.

Le procedure di reintegro tradizionali, infatti, sono di norma invasive, lunghe e costose. Inoltre il rischio che durante l’intervento le parti compromesse possano rompersi è elevato. Per questo sono rare. Con il digitale, invece, tutti questi ostacoli vengono aggirati.

Attraverso il rilievo 3D, inoltre, è possibile creare veri e propri archivi digitali tridimensionali di reperti e opere d’arte, che possono essere impiegati per vari scopi (scientifici, divulgativi o di ricerca).

Sono già diversi gli interventi effettuati da Talea nel centro storico dell'Aquila (nel video qui sotto e in quello in top sono stati documentati due casi).

Malgrado non ci sia, come si diceva, ambito in cui la stampa 3D non possa essere applicata, tuttavia l’adozione delle procedure digitali nelle pratiche di conservazione e restauro del patrimonio culturale, osserva Giada, non è ancora diventata una pratica standard.

Questione di costi della strumentazione (pur essendosi abbassati negli ultimi anni, rimangono comunque alti) e di assenza di procedure codificate.

C'è, poi, anche un problema culturale, spiegato qualche tempo fa da Maria Antonietta Crippa, docente di Storia e tecnica del restauro al Politecnico di Milano, relativo all'approccio conservativo che in Italia si ha nel campo del restauro: “Un intervento che conserva l’immagine ma non la realtà di fatto, in Italia non lo chiamiamo restauro. La riproduzione può anche essere perfetta al millimetro, ma si tratta sempre di una copia: c’è una identità di immagine ma non di sostanza. Un intervento simile è accettabile solo nel caso di piccole lacune, ma non di grandi strutture”.

Ultima modifica il Domenica, 31 Luglio 2016 04:14

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