Domenica, 22 Maggio 2016 06:26

"In cammino": storie di giovani migranti e del loro viaggio / 2 - Asufian

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Asufian Asufian

Asufian ha lasciato il Bangladesh due anni fa. Ha 19 anni e lì vivono ancora sua moglie e suo figlio. Quando gli chiediamo del suo Paese ci accenna ad una guerra sociale e ai problemi politici che lo hanno costretto, insieme alla famiglia, a lasciare il villaggio in cui era nato. Asufian ha voglia di viaggiare, di scoprire il mondo, ma il suo Paese continua a portarlo dentro: dalle ricette tipiche che cucina per i suoi amici, alla voglia di vivere in una città dove ci siano altri ragazzi bengalesi. Quello che Asufian si è lasciato alle spalle però è uno Stato giovane e controverso.

Il Bangladesh

Lo scorso 10 maggio, in Bangladesh, Motiur Rahman Nizami, 73enne leader del partito islamico più numeroso del paese, è stato impiccato in una prigione di Dhaka. La condanna a morte è arrivata per le atrocità commesse nella sanguinosa guerra di indipendenza dal Pakistan del 1971; è la quarta volta che viene punito in questo modo un dirigente del partito Jamaat-e-Islami. Nel 2013, la condanna a morte per crimini di guerra di un altro funzionario aveva condotto a tensioni e violenze che avevano avuto un bilancio catastrofico: circa cinquecento vittime, migliaia di arresti. Secondo il rapporto di Amnesty International su condanne a morte ed esecuzioni risalente al 2015, nello scorso anno in Bangladesh sono state emanate 197 condanne a morte.

Nel 2013, il tribunale di Dhaka ha condannato a morte 152 soldati per essersi resi responsabili di un sanguinoso ammutinamento di massa risalente al 2009. La premier Sheikh Hasina Wajed ha fatto delle punizioni dei crimini di guerra una delle sue priorità, anche se alcuni temono si stia sfociando in pure strumentalizzazioni, volte a mantenere ben saldo il suo potere.

proteste bangladeshDa tre anni il Bangladesh è stato travolto da una serie di omicidi di blogger, scrittori e liberi pensatori laici compiuti da estremisti islamici, alcuni uccisi a colpi di machete. A questo è seguito il silenzio del governo che ha preferito ribadire il proprio attacco alla laicità. Il 22 maggio dello scorso anno circa duecento intellettuali avevano scritto una lettera pubblicata sul sito del Pen international, rivolta al primo ministro per condannare i responsabili degli omicidi dei blogger atei Avijit Roy, Ananta Bijoy Das (a sinistra alcuni attivisti con una sua foto durante una protesta. Foto: Associated Press) e Washiqur Rahman

Pochi giorni dopo il governo bangladese ha dichiarato fuori legge il gruppo estremista di matrice islamica Ansarullah bangla team (Abt), ritenuto responsabile degli omicidi. Le uccisioni però non si sono arrestate. Ultimo, il 6 aprile scorso, Nazimuddin Sammad, uno studente di legge di 26 anni e attivista laico, che criticava gli estremisti islamici sulla sua pagina Facebook.

In Bangladesh i musulmani sono il 90 per cento dei 160 milioni di abitanti ma, sulla carta, il Paese non ha una confessione di stato.

La storia di Asufian

Quando incontriamo Asufian per la prima volta, gli chiediamo come si chiama e lui, in risposta, ci mostra la carta d'identità. Gli spieghiamo che non è necessario ma lui sorride, dicendo che vuole farci scrivere correttamente il suo nome. Asufian ha un documento che rivendica la sua identità ed è un motivo d'orgoglio per lui. In questi giorni è uscito dal progetto Sprar ma la sua storia ha già un lieto fine: è riuscito infatti ad ottenere un buon contratto nel ristorante di Paganica in cui stava facendo un tirocinio di formazione come aiuto cuoco e adesso sta cercando una casa in affitto all'Aquila. Asufian parla in italiano, facendosi capire bene; nel secondo incontro ci dice orgoglioso di aver ottenuto un attestato di secondo livello nella lingua. Non ha problemi a raccontarci la sua vita e lo fa scorrendo velocemente, passando dalle esperienze più drammatiche alla serenità che ha trovato qui, con una leggerezza tipica della sua giovane età ma anche di una voglia di andare avanti, fuori dal comune. "Mi piace parlare perché quando parlo la testa funziona meglio, se non parlo per niente, penso e non va bene".

Bangladesh"Sono nato in un piccolo villaggio nel distretto di Chandpur. Lì andavo a scuola e due giorni a settimana rivendevo frutta e verdura. Mio padre era morto nel 2005 ed io sono rimasto con mia madre, che è molto anziana. Nel mio Paese c'è un problema di politica e così un giorno, nel mio villaggio, è scoppiata una guerra sociale. Mio fratello e tutti gli altri sono andati in altre città. Io avevo 16 anni e sono rimasto solo con mia madre; la mia casa era stata distrutta da un'inondazione quindi mi sono trasferito in un'altra più piccola, dove sono rimasto per circa due anni. Mia madre era molto malata ed io non potevo dare molto aiuto perché studiavo e così la figlia di mio zio si occupava spesso di lei".

Nel 2013 Asufian sposa sua cugina Chiara, una bellissima ragazza della sua età, dal nome italiano. Il 7 febbraio del 2014, mentre Asufian è in Libia, nasce il loro bambino. Ci fa vedere le foto di entrambi sul telefono. Sono due anni che non li vede ma si tengono in contatto via chat e su Skype. "Gli mando i soldi però io sono povero mentre suo padre è ricco, quindi lei adesso vive con lui".

Dopo il matrimonio ad Asufian occorreva più denaro e così decide di spostarsi a Dhaka, capitale del Paese. Lì lavora per due mesi in un ristorante e poi, tramite un amico, trova un impiego in un grande albergo dove rimane per 6 mesi. "Si stava molto meglio lì, andavamo vestiti come modelli, come piace a me", ci dice sorridendo. Poi è arrivata la minaccia: se fosse tornato nel suo villaggio "sarebbe morto".

"Il 7 gennaio 2014 ho preso un aereo e sono andato in Egitto. Mi hanno indicato un ragazzo che poteva portarmi in Libia; gli ho dato 500 dollari. Mi ha tenuto per 20 giorni in una casa sotto terra, insieme ad altre persone. La situazione era molto difficile: ci davano un minuscolo pezzo di pane ed un bottiglia di acqua da un litro per tutti, eravamo in molti e non c'era neanche un bagno". Quel ragazzo ha poi formato un gruppo di venti persone e insieme sono partiti per la Libia, viaggiando in autobus e attraversando a piedi le montagne. Gli chiediamo quanto sia durato il viaggio, "troppo", ci risponde sorridendo ancora.

Arriva a Misurata e per sette giorni cerca incessantemente lavoro. Alla fine lo trova in un mercato, prima come venditore e poi, per due mesi, come facchino: trasporta i mobili che vengono comprati al mercato fino alle case dei clienti. "In Libia ci sono molti criminali, dopo aver lavorato e guadagnato, c'erano dei ragazzi che con la pistola e il coltello mi chiedevano di dargli i soldi, io avevo paura e glieli davo e qualche volta non sono riuscito a mandare denaro alla mia famiglia. Per due mesi non ho lavorato ma avevo degli amici che mi aiutavano a mangiare. Poi mi sono spostato a Tripoli perché un ragazzo mi ha offerto un posto come aiuto cuoco per due mesi. Il lavoro mi piaceva ma poi c'è stata la guerra".

Asufian era lì quando il 13 luglio del 2014 dei razzi sono stati lanciati nel perimetro dell'areoporto di Tripoli. L'attacco è stato rivendicato dalla cellula operativa dei rivoluzionari della Libia, composta da varie milizie islamiche: "Tre ragazzi che lavoravano con me sono morti mentre tornavano verso casa. Per quattro o cinque giorni si sentivano le bombe. Avevo molta paura".

L'Italia non è guerra. Asufian aveva un amico a Tripoli, conosciuto quando lavorava a Misurata. Era arrivato un anno prima di lui in Libia, si era laureato ma non aveva trovato lavoro. "Lui mi ha detto l'Italia va bene, non è guerra, pistola, coltello. Andiamo prendiamo i documenti e poi lavoriamo". Anche a lui ora sono stati dati tutti i documenti: è stato prima a Bari e adesso vive a Roma.

Nel frattempo arriva un'altra minaccia: il fratello minore del padrone del ristorante, un ragazzo di 25 anni gli punta una pistola addosso solo per aver fatto una spesa troppo costosa per cucinare. Asufian decide di lasciare la Libia, definitivamente. Lui e il suo amico pagano 1000 dollari per arrivare in Italia. Prima di partire gli sequestrano tutti i documenti ed il cellulare. "Non ci hanno lasciato niente, neanche uno zaino, solo una maglietta ed un pantalone. Sono arrivato in Italia senza niente".

massimo sestiniPartono da Zuaia, una piccola città vicino la Tunisia e restano in mare per quattro giorni. "Quando ricordo questa cosa mi fa troppo male perché non ho mangiato, non ho bevuto, non ho dormito; ho solo pianto, tutti piangevano. La barca era piccola, eravamo 350 persone. C'erano tanti siriani e tante famiglie con bambini piccoli. Due bambini sono morti durante il viaggio". Fa un gesto che ci fa capire che, una volta morti, hanno dovuto gettare i corpi in mare.

Gli chiediamo se si aspettava che il viaggio fosse così difficile. "Sì me lo aspettavo, ma loro ci avevano detto che così era meglio e che quando saremmo stati vicino al porto, ci avrebbero aiutato, che in Italia aiutano sempre tutti gli stranieri, ma ce lo hanno detto perché loro guadagnano tanti soldi: 1000 dollari per 350 persone". (a sinistra una foto di Massimo Sestini del 2014)

"Sono arrivato a Lampedusa di notte. Gridavamo tutti aiuto perché avevamo finito la benzina ed avevamo paura. Abbiamo visto un elicottero in lontananza e abbiamo provato a chiedere aiuto. L'elicottero ha fatto luce sopra di noi e ci sorvolava per capire se eravamo criminali o brave persone; questo per due ore, tre ore. Dopo ci hanno fatto salire su una piccola barca, per portarci su una barca più grande. Appena arrivati in Italia, a Lampedusa, la Marina ci ha preso, ci ha dato acqua, cibo, vestiti e ci hanno detto adesso non dovete avere paura. Hanno scritto nome e cognome. Militari e altri uomini in divisa ci hanno dato tante cose da mangiare: pane, riso, carne, latte, acqua. Stavamo in una grande stanza dove c'erano tanti letti".

Poi c'è stato il trasferimento a Pisa, in aereo, di notte, e da lì con un autobus i ragazzi sono stati portati a Piombino, dove Asufian è rimasto per un mese. "Adesso è un anno e 8 mesi che sono qui a L'Aquila e mi trovo molto bene. L'Aquila mi è sembrata una città silenziosa, tranquilla. Mi piace per la natura perché anche nel mio Paese ci sono tanti alberi e tanto verde però è troppo calma, io vorrei andare via perché qui non ci sono molti ragazzi del mio Paese mentre a Roma o a Milano ci sono tanti amici. Mi sarebbe sempre piaciuto vivere in una grande città, sarebbe quello il mio sogno: come Roma, Milano, New York, Londra. Mi è sempre piaciuto viaggiare ma non ho soldi".

refugeeswelcomeNel primo incontro Asufian ci aveva spiegato quanto fosse difficile trovare lavoro qui a L'Aquila. Ci aveva detto che si sarebbe adattato a fare qualsiasi tipo di lavoro ma che era molto bravo a fare il cuoco. Ci aveva fatto vedere tutte le foto dei piatti tipici del suo Paese, spiegandone le sue ricette e raccontando di quando aveva cucinato per i suoi compagni o per la cena organizzata a CaseMatte nella giornata Refugees Welcome (nella foto a destra). Aveva pensato di trasferirsi a Roma ma nel ristorante dove lavorava gli hanno offerto un buon contratto.

"Quando ero arrivato la signora aveva detto che non voleva uno straniero, poi invece ho lavorato bene: io imparo in fretta a fare le cose, hanno detto che sono molto bravo e quando gli ho annunciato che volevo andare a Roma mi hanno chiesto di non andare. Ho pensato molto per capire cosa dovevo fare e alla fine ho deciso che sarei rimasto ma che quel contratto non andava bene, perché con quello stipendio come potevo mangiare, pagare l'affitto e mandare i soldi al mio Paese? Mi hanno detto che andava bene, che mi avrebbero aumentato le ore di lavoro ma anche lo stipendio".

"Sono stati contenti che io sia rimasto, mi hanno baciato la nonna, la zia e tutti quanti. Ora sto cercando una camera e sono contento. Adesso tutto andrà bene".

Ultima modifica il Lunedì, 23 Maggio 2016 02:12

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