02 Febbraio 2026 - 15:51:57
di Martina Colabianchi
Il 2 febbraio di 323 anni fa il territorio aquilano fu squarciato dal più forte terremoto noto alle fonti storiche che abbia interessato il settore.
Il sisma del 1703, come ripercorso dall’Ingv, provocò ingenti danni soprattutto a nord della città, e in particolare ad Arischia, Pizzoli e Barete. Si tratta di una faglia diversa rispetto al sisma del 2009, rispetto al quale la scossa di terremoto più antica ha rilasciato un’energia più di 5 volte maggiore con una magnitudo stimata di 6,67.
Il devastante terremoto non fu un caso isolato dall’inizio di quell’anno. Nel 1703 in pochi giorni avvennero più sismi distruttivi, a cominciare dal 14 gennaio, quando un fortissimo terremoto, con magnitudo Mw 6.7, interessò l’Umbria meridionale, il Lazio e la parte più settentrionale dell’Abruzzo, distruggendo Cittareale (XI MCS) e Norcia (X MCS), per finire con il terremoto del 2 febbraio che colpì L’Aquila.
Nel complesso, la sequenza sismica del 1703 si è evoluta nello spazio da nord verso sud e nell’ambito di qualche giorno si sono verificati più eventi sismici di elevata magnitudo che hanno interessato aree diverse perché prodotti da faglie diverse.
Diverso il caso del terremoto del 2009, quando invece la sequenza sismica precedente all’evento principale era caratterizzata da terremoti di bassa magnitudo, localizzati in un’area piuttosto ristretta e vicina alla zona dove si è poi verificata la scossa del 6 aprile.
Nonostante le differenze dei due eventi sismici, terribili nella loro imprevedibilità, nel nostro fragile territorio pare che anche allora ci si interrogasse sulla possibilità di prevederli. Allora come oggi, davanti ad eventi naturali di tale portata, l’uomo si trova ancora lontano dal governarli. E allora, l’unica cosa attuabile in concreto sembra essere la prevenzione: costruire bene e ricostruire bene dove la potenza della natura, a volte tanto crudele, ha distrutto.
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