26 Febbraio 2026 - 10:41:18

di Vanni Biordi

C’è un terremoto che non si misura con il sismografo. Non abbatte muri, non apre crepe nei pilastri di cemento armato.

Eppure è forse il più persistente, il più difficile da ricostruire: il terremoto dell’anima. Quello che rimane nelle persone, nelle famiglie, nelle comunità intere, anche quando le macerie sono state rimosse da tempo e i cantieri han ceduto il passo alle piazze rifatte.

È attorno a questa consapevolezza, maturata in anni di lavoro sul campo, che sabato 28 marzo si riunisce all’Aquila il terzo convegno nazionale «Il Terremoto dell’Anima. Comunità ferita. Effetti post-traumatici per catastrofi naturali e belliche».

La scelta della sede non è casuale: L’Aquila porta ancora i segni del sisma del 6 aprile 2009, che in pochi secondi uccise 309 persone e rase al suolo il centro storico di una città universitaria di settantamila abitanti. Quasi diciassette anni dopo, quella data è diventata un punto di riferimento nella riflessione ecclesiale e scientifica sul trauma collettivo.

Non solo come tragedia da commemorare, ma come laboratorio permanente, e involontario, di ciò che succede quando una comunità viene colpita al cuore.

La psicologia del trauma ha a lungo concentrato l’attenzione sull’individuo: il sopravvissuto, il profugo, il soccorritore esausto. Però, la ricerca più recente, e l’esperienza maturata nelle emergenze italiane degli ultimi decenni, dall’Irpinia al Friuli, dall’Emilia all’Aquila, mostra qualcosa di più complesso.

Il trauma si diffonde, si sedimenta, diventa parte del tessuto stesso della comunità. I clinici parlano di «trauma vicario» e di «trauma intergenerazionale»: ferite che si trasmettono attraverso i comportamenti, le narrazioni, i silenzi di chi ha vissuto il disastro, anche a chi non era ancora nato.

È quello che il cardinale Giuseppe Petrocchi, arcivescovo emerito dell’Aquila e ispiratore di questo percorso, ha definito negli anni «sciami problematici» e «traumi sommersi»: la depressione silenziosa di intere quartieri, il senso di abbandono istituzionale, la difficoltà a ricostituire legami sociali che il sisma ha fisicamente spezzato trasferendo le famiglie nelle new town della periferia.

«Il dolore non finisce con la fine dell’emergenza», è la sintesi di un approccio pastorale che il convegno intende sistematizzare e proporre come modello replicabile.

L’edizione 2026 del convegno allarga significativamente lo sguardo. Se le prime due edizioni si erano concentrate sulle calamità naturali, il sisma aquilano come archetipo, questa terza tappa include esplicitamente il trauma bellico.

Un’agenda che riflette la drammatica attualità: il conflitto russo-ucraino ha prodotto la più grande crisi di rifugiati in Europa dalla Seconda guerra mondiale. Milioni di persone hanno vissuto, e continuano a vivere, esperienze di violenza, perdita, radicamento forzato che producono forme di trauma collettivo del tutto paragonabili a quelle generate dalle catastrofi naturali.

Ad aprire i lavori il cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza Episcopale Italiana, ad aprire i lavori con la relazione introduttiva. Zuppi, che il Vaticano ha incaricato di una missione diplomatica per la pace in Ucraina, offrirà una riflessione sul «significato umano ed ecclesiale della cura delle comunità ferite nel contesto delle crisi contemporanee».

Non un discorso consolatorio, ma un’analisi che tiene insieme la dimensione spirituale e quella geopolitica del trauma collettivo.

Uno dei contributi più attesi, quello del prof. Giancarlo Cursi, sociologo dell’Università Pontificia Salesiana. A partire da un’indagine condotta capillarmente sul territorio aquilano, Cursi presenterà storie di giovani che hanno trasformato il dolore del sisma in risorsa generativa: cooperative sociali nate tra gli studenti universitari sfollati, reti di volontariato costruite nei campi dopo il 2009 e mai smantellate, giovani imprenditori che hanno scelto di restare e investire in una città che molti avevano abbandonato.

«Il trauma non è solo distruzione. Può diventare, se accompagnato, il luogo di nascita di nuovi legami», ha dichiarato Cursi in un’anticipazione dei lavori.

Un elemento centrale del convegno è la formazione come fattore strategico di resilienza. Il Colonnello Alessandro Tassi, capo dipartimento Formazione Avanzata del Centro per la Formazione Logistica Interforze (CASD), illustrerà come i modelli formativi militari, sviluppati per preparare il personale a gestire crisi estreme, possano essere adattati e trasferiti a contesti civili. Non è un’ipotesi teorica: dopo il 2009, il modello di coordinamento delle forze armate nell’emergenza aquilana è stato oggetto di analisi in numerosi istituti accademici internazionali.

Sul fronte istituzionale civile, Maurizio Scelli, direttore dell’Agenzia regionale di Protezione Civile per l’Abruzzo, ha presentato un progetto educativo rivolto ai più giovani: percorsi multirischio per bambini e adolescenti, che insegnano a riconoscere i segnali di pericolo, a non farsi paralizzare dalla paura, a diventare, in una parola, cittadini resilienti. L’obiettivo dichiarato è trasformare la cultura dell’emergenza da reazione post-evento a prevenzione strutturale, incorporata nel sistema educativo fin dalle scuole elementari.

Il convegno affronta anche un tema spesso trascurato nel dibattito sull’emergenza: il ruolo della comunicazione. La narrazione mediatica di un disastro può aiutare le comunità colpite a sentirsi viste, riconosciute, accompagnate.

Ma può anche, attraverso sensazionalismo, spettacolarizzazione del dolore, silenzi selettivi, amplificare il trauma o renderlo invisibile agli occhi dell’opinione pubblica nazionale.

«Comunicare il rischio è già in sé un atto di cura o di abbandono», ha spiegato il professor Franco Marinangeli, direttore del Dipartimento Emergenza e Accettazione dell’ASL 1 Abruzzo, che ha chiuso i lavori con una relazione su «Dai disastri del passato alla cultura del futuro».

L’Aquila, in questo senso, è anche una lezione di comunicazione. Nei giorni dopo il sisma del 2009, alcune trasmissioni televisive trasformarono la tragedia in intrattenimento. Altre, più sobrie, contribuirono a mobilitare solidarietà duratura. La differenza, osservata e studiata, è ancora visibile nell’intensità e nella tenuta dei legami tra la città e le comunità che la supportarono. Non tutto, dunque, dipende dalle istituzioni pubbliche. Dipende anche da come si racconta il dolore.

A poco meno di diciassette anni dal sisma del 6 aprile 2009, la Chiesa aquilana promuove il terzo convegno nazionale su “Il Terremoto dell’Anima”, dedicato al tema “Comunità ferita. Effetti post-traumatici per catastrofi naturali e belliche”.

Il convegno, organizzato dalla diocesi dell’Aquila insieme a Caritas Italiana, all’Ufficio Diocesano per la Pastorale dell’Emergenza e alla Scuola di Alta Formazione in Etica dell’Emergenza, propone un approccio interdisciplinare che mette in dialogo ambito ecclesiale, istituzionale, sanitario, accademico ed educativo.

Al centro, la consapevolezza che ogni catastrofe – naturale o causata da comportamenti umani – genera fratture non solo materiali, ma relazionali, psicologiche e spirituali. Alla presentazione dell’evento, nell’aula magna dell’Istituto superiore di scienze religiose, alla presenza dell’arcivescovo dell’Aquila monsignor Antonio D’Angelo è intervenuto il capo della Protezione civile Maurizio Scelli, che ha offerto una testimonianza maturata in contesti di guerra ed emergenza.

Scelli ha richiamato la dimensione umana dell’impegno pubblico, ricordando come l’esperienza parlamentare sia stata segnata da una costante tensione tra la complessità normativa e l’urgenza delle esigenze concrete dei cittadini.

«Si vive anche il senso dell’impotenza – ha sottolineato – quando il diritto fatica a tradursi in risposte tempestive ed efficaci. Ma è proprio in quella fatica che si misura la responsabilità del servizio».

Entrando nel merito del tema della «comunità ferita», il direttore dell’agenzia regionale di protezione civile ha evidenziato come il trauma collettivo non si esaurisca nell’evento calamitoso, ma si prolunghi nel tempo, incidendo sulle famiglie, sulle istituzioni, sulle scuole, sui luoghi di cura e sulle stesse comunità ecclesiali.

«La ricostruzione materiale – ha osservato – non può prescindere da un lavoro sistematico di ricostruzione del capitale sociale e della fiducia».

Un passaggio centrale dell’intervento ha riguardato la cultura della prevenzione e il senso del pericolo percepito soprattutto dalle giovani generazioni. In questo contesto, la Protezione Civile è chiamata non solo a intervenire nelle fasi emergenziali, ma a promuovere modelli educativi capaci di orientare comportamenti consapevoli.

«Dall’esperienza maturata sia in contesti di catastrofi naturali, che in scenari di conflitto internazionale – ha sottolineato – è emerso come l’azione di soccorso debba accompagnarsi a una preparazione strutturale e a una comunicazione corretta, responsabile e non sensazionalistica».

Il tema della comunicazione, infatti, centrale nell’azione di prevenzione svolta quotidianamente dalla Protezione civile, è stato uno dei focus principali del convegno: raccontare il dolore senza banalizzarlo, evitare narrazioni distorte e costruire un’informazione eticamente fondata rappresenta una parte integrante della cura delle comunità colpite.

Infine Scelli ha sottolineato la dimensione universale della solidarietà e della pace, maturata nelle missioni umanitarie condotte in contesti segnati dalla guerra.

«La pace – ha evidenziato – non si costruisce solo con interventi emergenziali o gesti isolati, ma con una solidarietà convinta e strutturale, capace di condividere il dolore e trasformarlo in energia per il futuro. In questa prospettiva la fede rappresenta per molti un elemento di resilienza».