19 Maggio 2026 - 11:29:35

di Martina Colabianchi

Riprenderà domani al tribunale di Avezzano, con la settima udienza predibattimentale, il procedimento per la morte dell’orsa Amarena, simbolo del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, uccisa a colpi di fucile il 1° settembre del 2023 a San Benedetto dei Marsi.

Il procedimento penale riparte, così, dopo le quattro udienze predibattimentali svoltesi tra il dicembre del 2024 e il settembre del 2025, l’udienza dibattimentale del 19 gennaio scorso, quando la Giudice Francesca D’Orazio ha decretato la nullità degli atti processuali, restituendoli al Pubblico Ministero e l’udienza predibattimentale del 28 aprile scorso, quando la Giudice Anna Cuomo ha concesso i termini a difesa perché si potessero esaminare tutti gli atti di costituzione di parte civile.

In base ai reati finora ascrittigli, l’imputato Andrea Leombruni potrà godere della prescrizione del reato già tra appena tre anni, scenario che non piace alle numerose associazioni che si sono costituite parte civile e che da anni portano avanti la battaglia affinché l’orsa possa avere giustizia.

Tra queste c’è Appennino Ecosistema, rappresentata dall’avvocato Chiara Tozzoli. Dopo la strage dei lupi appenninici avvenuta nel mese scorso nella zona del Parco Nazionale, Lazio e Molise, l’associazione insiste nel richiedere alla Procura della Repubblica di Avezzano, ed ora anche a quella di Sulmona, di procedere contro i responsabili non solo per il semplice reato di “uccisione di animali”, ma anche per i delitti di deterioramento di ecosistemi e di specie protette.

Per quanto riguarda più specificatamente il processo per la morte di Amarena, Appennino Ecosistema rinnova la richiesta al Pubblico Ministero di procedere penalmente contro il responsabile dell’uccisione dell’orsa Amarena anche per i reati di inquinamento ambientale e di delitti colposi contro l’ambiente che puniscono i responsabili con la reclusione da 2 a 6 anni e con la multa da € 10.000 a 100.000.

Questi reati prevedono una prescrizione maggiore e, nel secondo caso, non vi è neppure la necessità di dover dimostrare il dolo.

Il reato di inquinamento ambientale prevede poi l’aumento delle pene da un terzo alla metà, nel caso sia commesso in danno di specie animali o vegetali protette (quali sono l’orso bruno marsicano e il lupo appenninico): si arriverebbe così ad un massimo di 9 anni di reclusione e 150.000 € di multa (che corrisponde all’importo del risarcimento richiesto da Appennino Ecosistema nell’atto di costituzione di parte civile).