29 Maggio 2026 - 18:27:21
di Vanni Biordi
L’Aquila non celebra soltanto un avanzamento dei lavori, rilegge una parte essenziale di sé.
Nell’incontro promosso dalla Fondazione Carispaq sulla ricostruzione delle chiese aquilane, il dato tecnico si è intrecciato con una verità più profonda: la ricostruzione non riguarda solo muri e volte, ma il respiro civile di una città ferita.
A diciassette anni dal sisma del 6 aprile 2009, il bilancio è chiaro: 233 interventi finanziati, 286 lotti, 377 milioni di euro. Numeri che raccontano la vastità di un cantiere che ha attraversato quasi una generazione. All’Auditorium della Fondazione, il confronto ha riunito il presidente Fabrizio Marinelli, il cardinale Giuseppe Petrocchi, l’arcivescovo Antonio D’Angelo, il nunzio apostolico Orlando Antonini, la direttrice del MuNDA Federica Zalabra e gli architetti Maurizio D’Antonio e Antonio Di Stefano.
Una composizione che ha dato alla giornata il tono di un passaggio non solo istituzionale, ma morale perché nell’Aquila del dopo sisma la chiesa non è un semplice bene architettonico, è una soglia di memoria, un presidio di identità, un luogo in cui la comunità si riconosce. La vera notizia, però, non sta nell’elenco delle cifre. Sta nel fatto che la ricostruzione ecclesiastica è diventata un banco di prova della tenuta pubblica della città, una verifica della sua capacità di trasformare le difficoltà in continuità.
Il soprintendente Massimo Sericola ha ricordato la portata “enorme” degli interventi, soprattutto in rapporto alla loro complessità, un’osservazione che pesa più di un consuntivo, perché rivela quanto sia lungo il cammino quando il restauro deve tenere insieme sicurezza, storia e fedeltà al senso dei luoghi.Ed è proprio questo l’aspetto che spesso sfugge. Si tende a considerare queste opere come un capitolo tra gli altri della ricostruzione. In realtà incidono sulla vita quotidiana molto più di quanto suggerisca il linguaggio amministrativo, restituiscono alla città i suoi punti di orientamento, quelli che non compaiono nelle mappe economiche ma che tengono in piedi una comunità.
Senza questi spazi, la ricostruzione rischierebbe di restare un fatto ingegneristico. E invece diventa un patto civile. Marinelli lo ha detto con chiarezza. Le chiese aquilane sono simboli identitari, custodi della memoria storica, culturale e spirituale del territorio. Una formula istituzionale, certo, ma tutt’altro che retorica, perché il restauro non serve solo a riparare il passato, serve a rendere abitabile il futuro.
E oggi, a L’Aquila, la posta in gioco è tutta qui, non conservare soltanto ciò che è stato colpito, ma rimettere in circolo il significato stesso della presenza collettiva e comunitaria
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