02 Giugno 2026 - 10:57:01
di Martina Colabianchi
C’è dibattito in regione dopo l’approvazione in Consiglio, lo scorso 26 maggio, della riforma del sistema idrico abruzzese.
La nuova norma, nata dall’iniziativa del presidente del Consiglio regionale Lorenzo Sospiri e dalla vicepresidente Marianna Scoccia, propone una riduzione degli attuali sub ambiti in cui è suddiviso l’Ambito Territoriale Unico Regionale, ai fini di una più efficiente gestione del servizio idrico. Gestione che resterà pubblica. Si passerà, nella pratica, da sei gestori a un massimo di due subambiti, o a un gestore unico. Ed è proprio su questo che, in attesa del parere dell’Ersi, si sta concentrato il dibattito tra forze politiche ed enti locali.
Sul tema si esprime anche Giovanni Cavallari, capogruppo di “Abruzzo Insieme”, che ritiene che «il confronto non possa essere ridotto a una semplice contrapposizione tra chi guarda al futuro e chi sarebbe ancorato a modelli del passato. Il vero tema non è essere favorevoli o contrari al cambiamento, ma comprendere se le soluzioni proposte siano realmente in grado di produrre benefici concreti per cittadini, comuni e territori. Per questa ragione nutro più di una perplessità rispetto all’idea che l’istituzione di un gestore unico regionale possa rappresentare, di per sé, la risposta ai problemi del sistema idrico abruzzese».
«La dimensione di una struttura – spiega – non costituisce automaticamente una garanzia di efficienza. I processi di accorpamento possono produrre vantaggi, ma possono anche generare nuove complessità, aumentare la distanza dai territori e disperdere esperienze amministrative e gestionali che, negli anni, hanno dimostrato di funzionare. In questo senso appare riduttivo affidare una scelta così importante esclusivamente a studi e simulazioni economiche. Le analisi tecniche rappresentano un supporto fondamentalissimo alle decisioni pubbliche, ma non possono sostituire il confronto istituzionale e la valutazione politica degli effetti concreti sui territori. Tanto più quando tali valutazioni provengono da soggetti direttamente coinvolti nel processo di riorganizzazione del servizio idrico regionale».
«Una riforma di questa portata deve essere accompagnata da analisi indipendenti, da un confronto aperto con amministratori locali, gestori e comunità interessate, e da una chiara indicazione dei benefici attesi per ciascun territorio – prosegue Cavallari -. La politica non può limitarsi a recepire conclusioni tecniche. Ha il dovere di valutare gli effetti delle proprie scelte, assumendosi la responsabilità di tutelare gli interessi dei cittadini e delle comunità locali».
«Per questo ritengo indispensabile partire dai risultati concreti raggiunti dai singoli gestori. Non si possono cancellare storie amministrative, investimenti, competenze e capacità operative costruite negli anni. Penso, in particolare, all’esperienza di Ruzzo Reti, che rappresenta una delle realtà più significative del panorama regionale per capacità infrastrutturale, disponibilità della risorsa idrica, investimenti realizzati, equilibrio gestionale e progressivo miglioramento del servizio».
«Il punto non è difendere l’esistente per principio, ma valutare ciò che funziona. Nel caso della provincia di Teramo, il servizio idrico gestito da Ruzzo Reti presenta elementi che non possono essere ignorati: una tariffa sostenibile se rapportata alla funzionalità del servizio, alla disponibilità della risorsa, alla capacità di investimento e alla continuità delle attività programmate. Sono indicatori che devono essere letti nel loro insieme, perché il costo per i cittadini non può essere valutato separatamente dalla qualità del servizio ricevuto e dalla solidità della gestione che lo garantisce».
«È quindi legittimo – prosegue il capogruppo di Abruzzo Insieme – chiedersi quali benefici aggiuntivi riceverebbero i cittadini teramani dall’ingresso in un modello unico regionale. Se un territorio dispone oggi di un gestore con conti in equilibrio, capacità di investimento, risorsa disponibile e una struttura gestionale solida, occorre spiegare in modo chiaro perché dovrebbe rinunciare a tale autonomia gestionale e quali vantaggi concreti ne deriverebbero per utenti e comuni».
«C’è poi un tema decisivo, che non può essere eluso: non possono essere accorpate realtà con condizioni finanziarie profondamente diverse senza stabilire prima regole certe, garanzie patrimoniali e meccanismi di tutela per i territori più virtuosi. Mettere insieme gestioni sane e gestioni gravate da debiti o criticità strutturali rischia di produrre un effetto distorsivo e ingiusto. Il pericolo è che il gestore unico venga percepito non come uno strumento per migliorare il servizio, ma come un modo per compensare squilibri maturati altrove, scaricandone il peso sui territori che hanno amministrato con maggiore attenzione. Sarebbe inaccettabile se i cittadini che oggi usufruiscono di un servizio funzionale e sostenibile dovessero ritrovarsi domani a pagare tariffe più alte per coprire inefficienze, ritardi o errori gestionali prodotti in altre aree della regione».
«La solidarietà territoriale è un principio importante, ma non può trasformarsi in penalizzazione dei territori virtuosi. Una riforma seria deve migliorare il servizio dove oggi presenta maggiori criticità, senza indebolire le realtà che hanno dimostrato capacità amministrativa, equilibrio economico e programmazione».
«Prima di assumere decisioni irreversibili è necessario chiarire quale sarà l’impatto sulle tariffe, come verranno tutelati gli investimenti già effettuati, quali saranno i criteri di redistribuzione delle risorse, quale trattamento sarà riservato ai debiti eventualmente accumulati dai singoli gestori e quali benefici concreti riceveranno i territori che hanno dimostrato maggiore capacità gestionale».
«C’è inoltre il tema della rappresentanza dei territori nella futura governance del servizio. Una riforma che punta all’unificazione regionale non può tradursi in una riduzione della capacità decisionale dei comuni e delle comunità locali. I territori non possono essere chiamati soltanto a conferire reti, risorse, patrimonio e risultati, senza avere adeguate garanzie sul loro peso nelle scelte strategiche future. In particolare, occorre evitare che le aree che hanno saputo costruire nel tempo una gestione più solida vengano penalizzate da meccanismi di redistribuzione poco chiari o da scelte che finiscano per limitare la capacità di investimento proprio dove sono stati raggiunti i risultati migliori».
«L’obiettivo comune deve essere quello di migliorare il servizio idrico per tutti gli abruzzesi. Ma per raggiungerlo occorrono scelte ponderate, trasparenti e fondate sui dati reali, valorizzando le esperienze che hanno dato prova di efficienza, capacità amministrativa e responsabilità verso i cittadini. Il cambiamento è utile solo se migliora concretamente la qualità del servizio, tutela i territori e garantisce ai cittadini un sistema più efficiente, più vicino alle comunità e più sostenibile. Su questi punti – conclude Cavallari – servono risposte chiare prima di procedere verso una riorganizzazione destinata a incidere profondamente sul futuro dell’acqua pubblica in Abruzzo».
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