16 Giugno 2026 - 16:54:54

di Martina Colabianchi

Hanno speculato persino sulle normative di favore previste per gli eventi disastrosi del sisma dell’Aquila 2009 e quelle per la pandemia Covid-19 alcune delle società coinvolte nella maxi frode scoperta dalla Guardia di Finanza inserivano in contabilità crediti totalmente inesistenti legati a queste emergenze per azzerare i propri debiti fiscali, previdenziali e assicurativi.

È quanto emerso dalla complessa indagine “Green River“, coordinata dalla Procura della Repubblica di Lodi. Il Nucleo di Polizia Economico-Finanziaria di Lodi ha eseguito un decreto di misure cautelari personali nei confronti di 8 persone, accusate di far parte di un’associazione per delinquere dedita all’autoriciclaggio e all’emissione e utilizzo di fatture per operazioni inesistenti. Contestualmente, sono scattate misure cautelari reali nei confronti di 44 soggetti per un importo di circa 31 milioni di euro.

Le attività investigative sono partite nel 2024 da alcuni controlli fiscali su una ditta del lodigiano. Quella che sembrava una semplice impresa si è rivelata una «cartiera» fittizia, nata solo per emettere fatture false per migliaia di euro. Da lì gli investigatori hanno scoperto un colossale sistema di «underground banking»: una rete di trasferimento di denaro parallela e fuorilegge che operava fuori dai canali ufficiali, aggirando ogni controllo antiriciclaggio. Grazie a questo meccanismo, l’organizzazione è riuscita a trasferire in Cina oltre 200 milioni di euro, facendo spesso triangolare i fondi attraverso altri Paesi europei.

Il sistema garantiva un doppio vantaggio: per i clienti italiani permetteva di riciclare i proventi di reati tributari, societari, fallimentari, ma anche legati al traffico di stupefacenti e alla criminalità organizzata.

Per la comunità cinese consentiva di ripulire enormi somme derivanti dalle proprie attività economiche e di rimpatriarle in Cina. Il meccanismo si basava su una compensazione: i clienti italiani pagavano i bonifici all’organizzazione e ricevevano in cambio il denaro contante ripulito, mentre il sodalizio tratteneva una commissione del 10% per il servizio.

Per rendere invisibili i flussi finanziari, i criminali utilizzavano i cosiddetti “virtual iban”, codici fittizi che reindirizzavano i fondi su un unico conto principale, nascondendo i reali beneficiari. La centrale operativa era un ufficio anonimo a Chiari (in provincia di Brescia), da dove venivano gestite ben 41 società cartiere.

La rete si spingeva anche oltre i confini europei: una delle società fittizie veniva usata per frodare l’IVA sulle importazioni di merci dall’India. Sfruttando indebitamente il regime del «deposito IVA» – che permette di lavorare in sospensione d’imposta – la ditta si interponeva tra il fornitore e il cliente finale senza mai versare un euro di tassa.

A garantire la regolarità formale di questo impero di carta c’era un commercialista italiano. Il professionista si occupava della gestione amministrativa e contabile, predisponeva i modelli F24 per le false compensazioni e preparava i documenti per far apparire le società perfettamente in regola.

L’operazione si è conclusa con l’applicazione di otto misure cautelari personali (tra cui gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico per il capo dell’associazione) e il sequestro preventivo di 31 milioni di euro. I sigilli sono scattati su conti correnti, quote societarie, automobili, immobili (compreso l’ufficio occulto di Chiari) e beni di lusso come orologi e preziosi. Durante le perquisizioni, i cash dog (i cani antivaluta della Guardia di Finanza in servizio negli aeroporti di Bergamo-Orio al Serio e Milano-Linate) hanno scovato oltre 100.000 euro in contanti nascosti tra le mura delle case e dentro le auto.