16 Giugno 2026 - 17:21:17
di Vanni Biordi
Fernando Riccardi, giornalista scrittore, ha presentato a San Nicola di Tornimparte, in provincia dell’Aquila, il suo libro intitolato “La spedizione Luverà e la mancata riconquista degli Abruzzi (Gennaio-febbraio 1861)“, di D’Amico Editore, per raccontare quello che accadde nel gennaio e nel febbraio del 1861 quando si mise in moto un tentativo di riconquista borbonica degli Abruzzi. A fare gli onori di casa il sindaco Giammario Fiori, il presidente del Consiglio comunale Giacomo Carnicelli, il professor Pasquale Di Prospero e sua moglie Paola e poi la docente di Italiano Storia e Geografia dell’Istituto di Petrella Salto (RI), la professoressa Tamara De Gasperis, “pasionaria” di territorialità ed esperta di microstoria, puntuale nell’unire un’accurata precisione scientifica a una straordinaria capacità narrativa.
È riuscita, almeno per quanto mi riguarda, a far rivivere le vicende del brigantaggio post-unitario non come semplici cronache di sangue, ma calandole magistralmente nel rognoso e complesso contesto sociale, economico e geografico del Cicolano. Grazie a un linguaggio avvincente, convincente e, per niente scontato, accessibile, trasformando il materiale letto e studiato in un racconto vivo, capace di restituire voce sia ai grandi protagonisti sia alle comunità locali che ne subirono l’impatto. Tra gli ospiti, poi, anche un sorpendente Giuseppe Ranucci che ha vestito i panni del brigante Viola e del Colonnello Klitsche de la Grange. La figura del celebre brigante Berardino Viola, noto anche come Berardo Viola, è vissuto nella seconda metà dell’Ottocento tra il Cicolano e la Marsica e oltra ad essere una figura straordinariamente affascinante è una figura legata a doppio filo al capolavoro di Ignazio Silone, Fontamara.
Silone compie un’operazione letteraria e storica molto precisa utilizzando questo nome, il legame di sangue nel romanzo. Il protagonista indimenticabile di Fontamara, infatti, il giovane e forte cafone Berardo Viola, viene esplicitamente presentato nel libro come il nipote diretto del “famoso brigante Viola”, l’ultimo della zona a essere stato catturato e giustiziato dai Piemontesi dopo l’Unità d’Italia. Nel romanzo, Silone spiega che i tormenti, la rabbia e l’apparente rassegnazione di Berardo vengono spesso giustificati dagli altri abitanti del paese proprio a causa delle sue origini e del “sangue ribelle” ereditato dal nonno brigante. C’è una continuità ideale tra le due figure, come sottolineato dal professor Di Prospero. Se il nonno Berardino aveva scelto la via del brigantaggio post-unitario per ribellarsi alle ingiustizie dello Stato neonato, il nipote Berardo Viola incarna la Resistenza e il sacrificio finale contro i soprusi dei nuovi potenti e del regime fascista.
In buona sostanza, Silone ha preso un personaggio storico reale, radicato nella memoria collettiva delle terre tra il Lazio e l’Abruzzo, e lo ha trasformato nel fulcro della genealogia del suo eroe letterario più famoso. Tornando al libro di Fernando Riccardi, ricordo che a capeggiare quella spedizione fu designato Francesco Saverio Luverà, un ufficiale del regio esercito napoletano. Iniziato sotto i migliori auspici con la conquista di Tagliacozzo strappata ai piemontesi, quel tentativo finì per naufragare per errori clamorosi di strategia, per la cronica carenza di uomini e di mezzi e, soprattutto, per la confusione e le lacerazioni intestine che minavano la cerchia di consiglieri e collaboratori vicini al re Francesco II, a sua volta perennemente indeciso sul da farsi.
Come ha sapientemente raccontato l’autore, gli errori di strategia segnarono il destino della spedizione, come già era accaduto pochi mesi prima al colonnello Klitsche de la Grange. Il re, indeciso fino all’ultimo sul da farsi, non riuscì a dare una direzione chiara a un’azione che avrebbe potuto cambiare gli equilibri della guerra. Dopo circa un mese, segnato da episodi controversi e poco indagati come la cosiddetta “mattanza di Scurcola”, i fatti di Collalto e i “misfatti di Carsoli”, quel che restava del contingente napoletano abbandonò gli Abruzzi e si ritirò in territorio papalino, alla fine di febbraio del 1861. Va riconosciuto che il tentativo dimostrò come la causa borbonica avesse ancora un seguito popolare in alcune zone dell’Abruzzo, capace di sostenere un’avanzata iniziale ma, di contro, pesarono, e non poco, l’assenza di una pianificazione logistica seria e la mancanza di unità di comando, fattori che resero la sconfitta quasi inevitabile fin dall’inizio.
L’elemento che a mio avviso ha pesato di più, è stata la dimensione temporale. Si trattò di un’azione tardiva, lanciata quando l’unità d’Italia era già una realtà imminente e irreversibile, non più un’ipotesi da contrastare. Resta un aspetto che meriterebbe un secondo appuntamento per approfondire il discorso, quello della popolazione abruzzese stretta tra due eserciti in ritirata e in fuga, costretta a subire saccheggi e violenze di cui la storiografia ufficiale ha conservato poche tracce documentarie precise.
Il libro di Fernando Riccardi, autore già noto per gli studi sui moti lealisti, vale la pena leggerlo, perché, da quello che ho capito, offre un’analisi dettagliata e rigorosa di una pagina poco conosciuta del Risorgimento. Il pregio del volume sta nell’uso accurato delle fonti storiche e nella capacità di far rivivere la drammaticità di una controffensiva che avrebbe potuto cambiare le sorti della resistenza nel Sud.
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