20 Giugno 2026 - 17:59:04
di Vanni Biordi
La storia delle istituzioni cavalleresche in Abruzzo supera il racconto locale per inserirsi nelle grandi dinamiche della diplomazia mediterranea.
L’incontro culturale ospitato nell’Aula Magna dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose dell’Aquila rivela una trama di relazioni internazionali rimasta a lungo coperta dalla polvere degli archivi privati. Al centro dei lavori si collocano i primi esiti della ricerca dello studioso Paolo Giuliani che ha analizzato documenti e fotografie relativi all’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme nel territorio regionale.
L’iniziativa promossa dall’Associazione Angelo de’ Nardis di Prata si inserisce nelle celebrazioni dell’Aquila Capitale Italiana della Cultura. La mostra documentaria allestita a Palazzo de’ Nardis offre una testimonianza visiva attraverso divise e decorazioni d’epoca.
Suggestiva e affascinante la scoperta del ruolo politico e non solo religioso esercitato dalla nobiltà aquilana attraverso questo antico istituto. Figure come il marchese Edoardo Persichetti Ugolini o Ulrico Valia non furono semplici investiti di un titolo onorifico ma agirono come veri e propri agenti di collegamento con il Vicino Oriente in momenti di profonda crisi geopolitica.
Il materiale d’archivio dimostra che la Delegazione aquilana mantenne una rete di influenze capace di intercettare i mutamenti dello Stato Pontificio e del Regno delle Due Sicilie. Durante il Novecento questo legame si strinse attorno a eventi come le celebrazioni bernardiniane del 1943. Gli storici, però, dovrebbero considerare, con la dovuta attenzione, la presenza dei Cavalieri in Abruzzo perché non fu un fenomeno di puro devozionismo ma rappresentò una forma di resistenza culturale delle classi dirigenti locali di fronte alla centralizzazione dello Stato unitario.
Attraverso l’Ordine la nobiltà abruzzese continuò a esercitare una sovranità simbolica e una funzione caritativa che surrogava le storiche carenze delle istituzioni civili regionali. Il valore profondo di questa ricerca è palese nella comprensione di come una comunità apparentemente isolata tra le montagne appenniniche abbia custodito per secoli una chiave di accesso diretta alla terra di Palestina. Questa proiezione transmarittima ha generato una singolare forma di cosmopolitismo spirituale e politico.
L’Aquila non è stata soltanto una periferia del cattolicesimo ma un centro nevralgico di elaborazione identitaria dove l’antico legame con Gerusalemme ha ridefinito lo spazio sociale e urbano ben oltre i confini del proprio territorio.
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