29 Giugno 2026 - 11:33:21

di Vanni Biordi

Al Palazzetto dei Nobili dell’Aquila si è tenuto «Il Passato allo Specchio», un convegno di due giorni sulla didattica della storia tra arte, ricerca e nuove forme di comunicazione. L’iniziativa è promossa da L’Aquila che Rinasce ETS con il contributo del Ministero della Cultura, Direzione Generale Educazione, Ricerca e Istituti Culturali.

Il nodo centrale era semplice ma urgente. Come si insegna la storia oggi, quando i ragazzi imparano più da un video di tre minuti che da un manuale scolastico. Studiosi, ricercatori, esperti di archeologia sperimentale e di modellismo storico si sono seduti intorno allo stesso tavolo per rispondere.

Domenica 28 giugno, alle 17, la tavola rotonda ha messo a confronto Diego De Felice, Domenico Impelluso, Federico Marangoni, Paolo Orsini, Pietro Piccirilli, Carlo Prosperi, Salvatore Santangelo e Andrea Tozzi.

Alle 18.30, Miska Ruggeri ha intervistato Emanuele Merlino sui modelli contemporanei di divulgazione storica. Nella seconda giornata Virginia Como, presidente di L’Aquila che Rinasce ETS, ha aperto il seminario-conferenza stampa con gli interventi di Alfonso Forgione e Domenico Impelluso, alla presenza dell’assessore regionale Roberto Santangelo.

Quello che consiglio di cuore, in questi convegni, e che anche qui è rimasto sullo sfondo, è quello di prevedere, organizzare ed inserire il punto di vista di chi la storia la riceve, cioè gli studenti. È necessario inserire la voce giovane tra i relatori e, soprattutto, fare e discutere un’indagine su come i ragazzi costruiscono oggi il loro rapporto con il passato. Perché è lì che si vince o si perde la partita. Sapere cosa funziona in classe, quali formati digitali trattengono l’attenzione, dove la narrazione storica fallisce, non è un dettaglio metodologico ma il punto di partenza. Un convegno che ha l’ambizione di riformare la didattica senza i destinatari della didattica resta a metà strada.

Virginia Como ha inquadrato il progetto con queste parole. «La storia non deve essere considerata esclusivamente una disciplina accademica, ma un elemento vivo e dinamico di comprensione del presente e di consolidamento culturale». È una posizione che condivide molti estimatori, ma che ha bisogno di strumenti concreti per non restare una dichiarazione di intenti.

Il convegno ha avuto il merito di allargare il campo. L’archeologia sperimentale e il modellismo storico non sono decorazioni, sono metodi. Permettono di toccare il passato, di capire come si costruiva una spada o come funzionava un mulino. Portano la storia fuori dalla pagina e dentro l’esperienza. Questo è esattamente il tipo di traduzione che la scuola fatica a fare da sola.

L’Aquila, città che conosce bene il peso della memoria, è un contesto tutt’altro che neutro per questo tipo di riflessione. Ricostruire un territorio significa anche decidere quali storie vale la pena raccontare e come. Il convegno ha scelto di porsi quella domanda. Adesso serve capire se le risposte trovate riusciranno a uscire dall’aula e arrivare dove servono davvero. Nota a margine: la vera sfida della didattica storica non è trovare nuovi formati, ma convincere chi li produce a lavorare con gli insegnanti dal primo giorno, non a progetto finito. Quasi sempre i materiali divulgativi nascono senza che un docente abbia messo mano alla struttura. Arrivano già confezionati e l’insegnante li adatta come può. Invertire questo ordine, partire dall’aula e costruire intorno a essa, cambierebbe tutto.