01 Luglio 2026 - 09:23:11
di Vanni Biordi
Da sabato il lago di Vico viene scandagliato con sommozzatori, robot sottomarini, sonar e termocamere. Luigi Cavallari, 84 anni, marito della ministra Eugenia Roccella, è scomparso dopo un tuffo da una piccola barca vicino a Fiorò, nel territorio di Ronciglione. Secondo la ricostruzione fatta dai soccorritori, è riemerso, ha detto di non sentirsi bene, poi la barca non ancorata si è allontanata e lui non è stato più raggiunto. Il vicario del prefetto Andrea Nino Caputo ha parlato di una ricerca «particolarmente complessa», con una visibilità «molto bassa già a pelo dell’acqua» e in profondità «prossima allo zero».
Fin qui la cronaca. Poi arriva la parte peggiore. Sotto le notizie, sui social, si è riversata un’ondata di scherno, rancore, perfino sollievo. Giorgia Meloni ha definito quei messaggi «ignobili e disumani». È una formula esatta, ma non basta. Enrico Perilli, presidente dell’Ordine degli psicologi d’Abruzzo, mette il dito nel punto giusto. «Il confine tra pubblico e privato ormai si è perso. Quindi ragionare ancora di divisione pubblico e privato in un’epoca in cui l’esibizione di sé prevale su tutto è un errore perché quel confine non c’è più con il funzionamento dei social».
In buona sostanza, quando ogni fatto diventa esposizione, anche il dolore entra nel mercato della reazione immediata.
Perilli sostiene con forza che i social polarizzano e, come sappiamo, alimentano questo meccanismo di rissa perché danno più visibilità a post aggressivi e violenti. Perilli aggiunge un altro passaggio decisivo. «Si crea un ambiente che facilita l’emersione delle peggiori pulsioni distruttive». Ha ragione da vendere. Dietro uno schermo, spesso dietro un nickname, salta il freno che nella vita reale ancora regge.
Nessuno direbbe certe frasi davanti a una platea di 300 persone o davanti a una donna che aspetta notizie del marito. Online invece si fa, perché la distanza tecnica diventa licenza morale. Il problema non è solo l’anonimato. C’è però un punto che deve essere capito subito, ed è il più importante. L’odio non cresce solo nei profili anonimi. Cresce anche quando i messaggi più infami vengono catturati, rilanciati, impaginati e fatti diventare il centro della storia. Ogni screenshot li promuove, da rifiuto a titolo.
Così il dolore vero arretra e la gara a esibire l’orrore prende la scena. La risposta seria è concreta. Moderazione immediata sotto le notizie di lutto. Nomi oscurati quando si citano gli insulti. Stop ai rilanci inutili. Meno prediche, più regole. Il rispetto, in rete, non nasce da solo. Va costruito prima che arrivi la prossima disgrazia da mettere nell’arena.
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