10 Luglio 2026 - 15:46:14
di Martina Colabianchi
Ogni primavera la costa abruzzese si risveglia a colpi di annunci di lavoro: stabilimenti che riaprono, alberghi che si preparano, cartelli “cercasi personale” appesi ovunque.
Eppure, a guardare bene le condizioni contrattuali e i salari, la realtà si rivela in profondo chiaroscuro. A gettare luce sulle ombre del turismo nostrano è l’analisi condotta da Sinistra Italiana-AVS e dall’Unione Giovani di Sinistra (UGS), che hanno incrociato i dati dell’ultimo Rapporto Nazionale sull’Economia del Mare 2026 di Unioncamere-Tagliacarne, il Sistema Informativo Excelsior, i dati INPS e i costanti campanelli d’allarme lanciati dalla Filcams Cgil. Il risultato mostra che le assunzioni crescono, ma le tutele e le condizioni di lavoro restano al palo.
Il primo dato che salta all’occhio è il peso reale dell’economia del mare sul tessuto locale. «Dal report sull’economia del mare, pubblicato in questi giorni, che include pesca, cantieristica e portualità, oltre al turismo costiero, scopriamo che in Abruzzo il mare genera solo il 3,5% del valore aggiunto regionale e il 4,3% dell’occupazione, tra i valori più bassi in Italia, lontano anni luce dal 14,4% della Liguria — premette Daniele Licheri, segretario regionale di Sinistra Italiana —. A questo si aggiunge che, nel turismo costiero in particolare come in quello stagionale complessivo in Abruzzo, dalle nostre rilevazioni il lavoro è quasi sempre precario e sottopagato».
Dietro la facciata del boom occupazionale si nasconderebbe, quindi, una strutturale fragilità. Se da un lato il Sistema Informativo Excelsior stima per l’Abruzzo un fabbisogno di ben 80.900 nuovi lavoratori nel quinquennio 2025-2029 (trainato soprattutto dal turnover generazionale), dall’altro la fotografia scattata dall’INPS mostra la reale sostanza di questi numeri. Nel settore turistico abruzzese il 57,4% dei contratti dipendenti è part-time, il 21,1% è prettamente stagionale e l’88,4% dei lavoratori è inquadrato come operaio, ovvero il livello di qualifica più basso. Il comparto, dunque, non sembra creare occupazione stabile o qualificata, ma si configura piuttosto come un bacino che assorbe manodopera a bassa tutela, stagione dopo stagione.
A pesare sulla pelle dei lavoratori ci sono poi le storture contrattuali denunciate con forza dalla Filcams Cgil. Sotto la lente d’ingrandimento finisce il ricorso sistematico ai tirocini, utilizzati spesso per mascherare veri e propri rapporti di lavoro subordinato: turni fino a 40 ore settimanali a fronte di rimborsi spese che oscillano tra i 300 e gli 800 euro al mese. In pratica, molti stagionali lavorano con i ritmi di un dipendente ma con le tutele e la paga di uno stagista, senza considerare lo spettro mai del tutto debellato del lavoro nero.
«Il turismo in Abruzzo cresce sulle spalle di chi lavora senza tutele», incalza Licheri. «Non è vero che mancano i lavoratori: mancano salari dignitosi e contratti veri. Chiederemo alla Regione un tavolo permanente con sindacati e categorie datoriali sul lavoro stagionale, e controlli ispettivi mirati sui tirocini che nascondono rapporti di lavoro subordinato».
La questione tocca da vicino soprattutto le nuove generazioni, le più esposte alla precarietà. Per questo motivo l’UGS Abruzzo, all’interno della campagna nazionale “I diritti non vanno in vacanza. Inchiesta sul lavoro stagionale e condizione giovanile“, farà partire ad agosto una serie di iniziative di mobilitazione e interviste lungo tutta la costa abruzzese per «misurare la temperatura» del lavoro sulle spiagge. Nel frattempo, è già possibile raccontare la propria esperienza compilando un questionario anonimo disponibile sulle pagine social e sul sito ufficiale dell’organizzazione.
«Siamo noi giovani a riempire le spiagge e i ristoranti della nostra regione, per qualche centinaio di euro in tasca e spesso zero contributi versati», conclude Alex Giaccio, coordinatore regionale dell’Unione Giovani di Sinistra Abruzzo. «Così accade anche con il lavoro stagionale in inverno. Ci chiedono di essere grati per un lavoro che non paga e non tutela, come se fosse un favore concesso dall’alto. Non lo accettiamo più: la stagionalità non può essere la scusa per pagarci meno e proteggerci meno solo perché siamo giovani».
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