19 Luglio 2026 - 09:11:13

di Marianna Galeota

Una vita dedicata alla sanità pubblica, attraversando i difficili momenti del terremoto nel 2009 e del Covid nel 2020. 

E’ stata una lunga carriera quella del dottor Enrico Giansante, direttore del Servizio Igiene epidemiologia sanità pubblica (Siesp) della Asl aquilana, andato in pensione a giugno scorso, dopo 45 anni di lavoro incessante a servizio della comunità.

Oggi Giansante ripercorre oltre 40 anni di carriera, la maggior parte passata all’interno del delicato servizio di Igiene, con professionalità e senso del dovere.

Come è iniziata la sua carriera? 

Sono stato dapprima guardia medica, dopo la laurea, come molti miei colleghi e ho lavorato anche nelle sostituzioni per i medici di medicina generale. Ho lavorato per anni al fianco delle storiche figure della medicina aquilana, facendo un  po’ da punto di passaggio con le nuove generazioni. Ho fatto il tirocinio post laurea in Cardiologia al fianco di molti bravissimi e storici medici come Enzo Luzi,  Gerardo Di Carlo,  Pasquale Marsili, Claudio Corridoni e Giorgio Castellani. Nel servizio di Igiene, poi, il mio grande maestro è stato nel 1990 il dottor Marino Imperiale che mi ha insegnato molto.

Il servizio di Igiene è un settore molto complesso, perché mette insieme tante competenze.

Sì, si tratta di un reparto diverso. La sanità pubblica è qualcosa di medico, ma anche una super-specialità: bisogna, infatti, sapere di medicina, di ingegneria, di chimica, di fisica. E’ un settore fondamentale per la difesa dello stato di salute della popolazione ed è da sempre l’ente preposto a questa funzione, sia per quanto riguarda le malattie infettive, ma anche per l’igiene cittadina e per l’ambiente. Ho preso la responsabile del servizio dopo il dottor Matricardi, nel 2015, come facente funzioni, e nel 2022 sono stato nominato ufficialmente. E’ stato un periodo complesso in cui purtroppo non si facevano pochi concorsi nella Asl.

Da responsabile del Siesp si è trovato a fronteggiare la più grande epidemia che il mondo ricordi dopo la Spagnola, il Covid.  Cosa le ha lasciato professionalmente e umanamente questa esperienza? 

Il Covid è stato un momento molto forte. Fummo allertati già dal mese di gennaio 2020, ma le riunioni in Regione iniziarono già a dicembre 2019. Ci aspettavamo esattamente tutto quello che poi è successo, purtroppo. Tutti credevano L’Aquila un’isola felice, ma poi in ottobre arrivò la seconda ondata che investì anche la provincia aquilana e io stesso lo contrassi. Il primo caso in città fu quello di una specializzanda del Bergamasco. Una mia collega ebbe subito l’intuizione e la fece ricoverare a malattie infettive. Fu il nostro caso numero uno. Da lì cominciammo a gestire la rete di contatti, poi arrivammo ai tamponi, le file incredibili, i drive in. 

Ha avuto paura? 

Sì, molta. Da igienista ancora di più, perché mi sono reso conto subito della gravità di quello che stava accadendo. Era l’unico virus, vedemmo, che contagiava come il morbillo. Ma per il morbillo avevamo il vaccino. Furono due anni, quasi tre, incredibili. Lavorammo h24 e per questo ringrazio tutti i colleghi, del quali sono molto fiero, che non si tirarono mai indietro, e si resero disponibili tutti i giorni, anche la domenica.  Ricordo solo una frase detta ad un collega, quando mi resi conto della gravità: “Il mostro è scappato”.

Prima del Covid, nel 2009, il terremoto, nel quale siete stati molto attivi. Qual è stato il vostro ruolo?

Il nostro lavoro post-sisma fu complesso, a partire dalla verifica delle condizioni delle tendopoli e della potabilità delle acque. Fu poi un lavoro molto difficile e delicato, nel contempo, gestire le certificazioni di morte, il rimpatrio delle salme dei cittadini originari di altri Paesi.  Fu un lavoro incessante e difficile. Sempre sotto Covid, quando è poi scoppiata la guerra in Ucraina, dal febbraio 2022, abbiamo dovuto gestire gli arrivi degli ucraini nella nostra città, ma anche tutto il percorso dei migranti che continuiamo ancora adesso ad arrivare. Il nostro lavoro è quello di  monitorare le condizioni igienico-sanitarie, non solo delle strutture dove vengono alloggiati i migranti, ma anche la verifica delle loro condizioni, prima di procedere alle vaccinazioni.  Dopo il sisma, abbiamo affrontato nel 2014 l’Aviaria, che ci ha tenuto in allerta e impegnati per evitare che si potesse diffondere l’epidemia e, in ultima istanza, anche Ebola.  Non si sono diffuse, ma c’è stato un grande lavoro. 

Cosa auspica per il futuro? 

Mi auguro che si possa mantenere alta l’attenzione sulla sanità pubblica che è un dono. Una sanità universalistica che non bada al ceto, alla ricchezza personale e che assiste indifferentemente tutti. Si pensi al Covid, ad esempio, quando nessuno è stato abbandonato. In Italia, in questo senso, siamo all’avanguardia, e non possiamo perdere la nostra sanità pubblica. E’ ciò che ci distingue. La nostra sanità è efficiente, ma deve esserlo ancora di più. L’invito agli organi preposti è quindi che si possa assumere personale medico, infermieristico perché c’è carenza dappertutto purtroppo.