08 Agosto 2026 - 09:54:17
di Vanni Biordi
Adesso che tutti hanno detto la loro, mi permetto di aggiungere che ci sono date che non invecchiano. L’8 agosto è una di queste.
A Marcinelle il fuoco e il fumo entrarono nella miniera del Bois du Cazier e non lasciarono scampo a 262 lavoratori. Tra loro c’erano 136 italiani. Molti arrivavano dall’Abruzzo. Erano partiti con una valigia leggera e una promessa pesante.
Lavoro in cambio di carbone. Era questo il patto che aveva spinto centinaia di giovani ad attraversare l’Europa, lasciando montagne che assomigliavano a quelle che avrebbero trovato sottoterra. Per l’Abruzzo Marcinelle non è mai stata una tragedia lontana.
È una storia scritta nei registri dei Comuni, nelle fotografie in bianco e nero appese nelle cucine, nelle lettere che non hanno mai ricevuto risposta. Da Manoppello a Lettomanoppello, da Turrivalignani alla Valle Peligna, fino all’Aquilano e al Teramano, sono decine i paesi che hanno conosciuto il silenzio improvviso di una famiglia rimasta senza padre, senza figlio, senza fratello. Quegli uomini non partirono per inseguire un sogno.
Partirono perché qui il lavoro non bastava. L’Abruzzo del dopoguerra era una regione povera, segnata dalla fatica dei campi e dall’assenza di opportunità. Le miniere belghe sembravano offrire una strada. Nessuno immaginava che quella strada potesse fermarsi a oltre mille metri di profondità. Ogni anno la commemorazione riporta quei nomi davanti ai monumenti e alle corone di fiori. È un gesto necessario, ma rischia di restare incompleto se non ci chiediamo che cosa sia rimasto davvero di quella lezione. Marcinelle non racconta soltanto un incidente sul lavoro. Racconta il valore che una società attribuisce alla vita di chi lavora.
Quando la sicurezza diventa una voce di costo e la produzione prende il sopravvento, la storia cambia volto ma conserva lo stesso meccanismo. L’Abruzzo conosce ancora il peso dell’emigrazione. Oggi non si sale più sui treni diretti verso le miniere del Belgio.
Si parte con una laurea in tasca, verso il Nord Italia o verso altri Paesi europei. Cambiano i mestieri, cambiano le destinazioni, resta la stessa domanda. Perché una terra ricca di competenze continua a vedere partire i suoi giovani. Forse il modo più onesto per ricordare Marcinelle non è aggiungere una targa o pronunciare un discorso in più. Sarebbe raccogliere, Comune per Comune, le storie degli emigranti abruzzesi e trasformarle in un archivio pubblico costruito insieme alle famiglie e alle scuole. Non un museo della nostalgia, ma uno strumento che permetta ai ragazzi di conoscere i nomi, i volti e le scelte di chi li ha preceduti.
La memoria diventa fragile quando resta affidata solo alle cerimonie. Resiste molto di più quando entra nelle aule e nelle case. Marcinelle continua a parlare all’Abruzzo perché racconta una verità che questa regione conosce bene. Dietro ogni numero c’è una famiglia che ha cambiato strada per sempre.
Dentro ogni valigia c’era un pezzo di questa terra. E quel pezzo, anche dopo tanti anni, non è mai tornato del tutto.
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