20 Agosto 2026 - 18:59:42
di Tommaso Cotellessa
Una comunità scossa e unita nel dolore si è raccolta nel pomeriggio di ieri all’interno della Cattedrale Madonna del Ponte di Lanciano per dare l’ultimo saluto a Diomede Barchiesi, l’uomo di 50 anni morto venerdì scorso dopo cinque giorni di coma in seguito al pugno ricevuto durante una lite sul lungomare di Fossacesia, dove era intervenuto per difendere il figlio.
La chiesa ha accolto familiari e amici ma anche numerosi cittadini che pur non avendo conosciuto Diomede sono rimasti scossi da quanto accaduto e hanno perciò desiderato stringersi attorno ai suoi cari.
«Raccogliamo i cocci e trasformiamo l’odio in amore». Questo l’invito rivolto alla comunità da don Alessio Primante, responsabile della cappellania scolastica della diocesi e docente al Liceo Classico di Lanciano, dal pulpito durante i funerali.
Il sacerdote ha scelto l’immagine di una torre di Lego costruita da bambino e improvvisamente crollata.
Davanti ai pezzi caduti, ha spiegato, ci sono due possibilità: buttarli via oppure raccoglierli e ricominciare. «Come un fratello, vorrei raccogliere i cocci», ha detto, riferendosi ai cocci di una famiglia, di una comunità e di una vita spezzata.
Il sacerdote ha richiamato il profeta Ezechiele e la contrapposizione tra il «cuore di pietra» e il «cuore di carne». Il primo, davanti al dolore e al fallimento, rischia di trasformare la frustrazione in violenza. «L’unica parola del cuore di pietra è violenza», ha sottolineato. Il cuore di carne, invece, è quello che continua a vivere e a esserci, nonostante tutto.
Ed è proprio la parola «presente» che don Alessio ha utilizzato per ricordare Diomede. «Tutti hanno detto una cosa specifica: era presente. Quando c’era un problema era presente». Per la sua famiglia e per chiunque avesse bisogno di lui. «Era un cuore buono, era un cuore di carne e non un cuore di pietra».
Un messaggio che si è trasformato in un appello alla comunità: non permettere che il dolore generi altro dolore, ma avere il coraggio di raccogliere i pezzi e ricominciare. «Facciamo entrare l’odio alla nostra tavola e trasformiamolo insieme in amore», ha detto il sacerdote.
Al termine della celebrazione, nella Cattedrale è arrivato anche il saluto della figlia Allegra, che ha affidato a una lettera le parole che avrebbe voluto ancora rivolgere al padre.
«Caro Papi, all’inizio di quest’anno ho pensato che avrei fatto tante cose, ma questa sicuramente non era in programma», ha scritto la ragazza, ricordando i tanti momenti che avrebbe voluto condividere con lui: la maturità, il diciottesimo compleanno, la patente.
«Non avrei mai potuto immaginare che la tua vita si sarebbe fermata così presto», ha scritto Allegra. E ancora: «Siamo sempre stati tu e io». Un legame che, racconta, gli altri riconoscevano anche nella somiglianza tra padre e figlia: «Sai, sei uguale a tuo papà».
Nel suo ricordo, Diomede resta una persona «solare, gentile, disponibile, sempre pronta ad aiutare gli altri». Un padre capace di esserci, di accontentarla e di strapparle un sorriso.
«Non avrei potuto chiedere un papà migliore», ha concluso Allegra. «Mi mancherai tanto, Papi. E anche se non te l’ho mai detto abbastanza, ti voglio bene».
Parole che hanno accompagnato l’ultimo saluto a Diomede e che, insieme all’omelia di don Alessio, hanno riportato al centro il dolore di una famiglia e di una comunità, ma anche la necessità di non lasciare che una tragedia si trasformi in altra violenza.
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