25 Agosto 2026 - 06:30:00
di Marco Giancarli
Dieci anni. Tanto è passato da quella maledetta notte quando alle 3.36 gli amatriciani e gli abitanti di tantissimi altri paesini del Centro Italia furono buttati giù dal letto da un terremoto di una violenza incredibile. Presi nel sonno nel luogo che ritenevano il più sicuro, la loro casa, il loro letto.
Molti, troppi da quelle mura non uscirono più vivi, alcuni morti nell’abbraccio dei propri cari, altri da soli con il solo rumore di travi spezzate, ferri piegati e tutto il proprio mondo che in pochi secondi veniva giù ad accompagnarli verso la fine.
Dieci anni da quel 24 agosto, dieci anni da quando l’Italia si è fermata per correre incontro ad una popolazione dilaniata, ferita nel più profondo. Le scene erano quelle che pochi anni prima erano andate in onda nei telegiornali per il terremoto dell’Aquila, forse immagini ancora più crude, con il bellissimo corso di Amatrice sul quale le case erano crollate come neve sotto il sole.
Dieci anni fa noi eravamo li, a poche ore da quella tragedia per raccontare in punta di penna quello che era successo, con la sensibilità di chi quel groviglio di ferro e calcestruzzo lo aveva portato sulle proprie spalle qualche anno prima.
Solo chi ha vissuto qualcosa di così devastante può capire cosa significhi svegliarsi e trovarsi vivo da una tragedia cosi grande, solo chi è sopravvissuto conosce cosa significhi, in pochi secondi, trovarsi in pigiama, ricoperti di polvere senza più nulla se non quegli indumenti impolverati e la propria vita stretta tra i denti.
Solo chi lo ha vissuto può conoscere cosa significhi gridare tra le macerie del proprio palazzo, il nome di un padre, di una madre, di un fratello o di una sorella, e non trovare risposta. Quel silenzio che in un attimo ti arriva come un tir in corsa direttamente nel petto.
Ragioni che sei vivo e che sei solo.
Ti attacchi all’ultima speranza, quella dei soccorsi, che arrivano puntuali, come solo l’Italia sa fare. Bravissimi nelle emergenze, meno bravi nel prevenirle. Ed è cosi che il popolo del centro Italia si è svegliato la mattina del 24 agosto, avvolto nelle coperte rimediate da sotto un muro crollato, nel mezzo di una strada transitabile solo sulle persiane delle finestre messe a passerella.
Da ogni parte le urla disperate di chi ha perso molto di più di una casa. A dieci anni da quella tragedia vorremmo raccontarvi di un dolore passato, di una comunità il cui tessuto sociale non si sia disgregato. Vorremmo raccontarvi di una ricostruzione riuscita o quanto meno già a buon punto.
Vorremmo, ma l’evidenza non ce lo permette. Il modello L’Aquila che poteva e, allo stato dei fatti, doveva essere applicato, non è stato preso neanche in considerazione e, al di la di proclami politici d’ogni sorta, i numeri non lasciano scampo ad immaginazione.
Quindicimila cantieri chiusi, diecimila in corso, 36mila domande di riparazione, una parte di queste in istruttoria amministrativa. Restano le vite spezzate, non solo quelle rimaste sotto i palazzi crollati, quelle piegate da anni di immobilismo, da uno Stato che non ha aiutato abbastanza, da un futuro rubato e che purtroppo difficilmente potrà essere restituito se non radicalmente modificato.
Chi ha vissuto il terremoto ed è sopravvissuto ad esso, lo porterà sempre dentro di sé. Quell’odore di mattoni sgretolati, quelle urla soffocate, quegli abbracci a volte ritrovati, segneranno per sempre il passo di una vita che va avanti con una consapevolezza diversa e difficilmente spiegabile a tutti gli altri. Da parte nostra, gli aquilani che ce l’hanno fatta, l’abbraccio a quella comunità del centro Italia è di quelli più veri e sinceri.
Non siete soli e non lo sarete mai.
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