20 Settembre 2026 - 12:32:35
di Redazione
Una lettera aperta che suona come uno sfogo consapevole e un appello nei confronti dello Stato. Con queste poche parole introduciamo la lettera aperta inviata alla nostra redazione da Patrizio D’Agostino e Alessia Angelone, genitori del piccolo Tommaso, rimasto vittima di un tragico incidente avvenuto a L?Aquila il18 maggio del 2022 all’interno dell’Asilo 1° Maggio.
Un’auto, parcheggiata dinanzi all’istituto scolastico si sfrenò causando il tragico incidente.
Di seguito la lettera aperta dei due genitori a pochi giorni dalla sentenza di primo grado del processo sull’incidente.
Nel giorno del verdetto del tribunale sull’uccisione di Tommaso, Luigi, suo fratello usciva di casa per il suo primo giorno di asilo: sopravviene la suggestione che più che di una coincidenza casuale si tratti di sincronicità, quei fatti cioè apparentemente non collegati che ti portano un messaggio.
Se vivi un lutto di questa portata, a ragione o a torto, ti attacchi a tutto pur di continuare a respirare, fino a sperare che tuo figlio sia ancora con te e persino che ti guardi mentre sopravvivi e che, in qualche maniera irrazionale, ti indichi la strada.
Volendo seguire la direzione che indicano questi fatti simbolici, portare il fratellino di Tommaso, all’asilo, dopo aver tenuto tra le mani quattro anni fa, un grembiulino insanguinato da una tragedia che si poteva evitare con accorgimenti banali, sarebbe quanto meno imprudente.
Sarebbe bastato tirare un freno a mano, apporre un divieto di accesso alle auto nel cortile e il volto di Tommaso sarebbe solo parte della nostra intimità familiare e non sarebbe finito sui giornali nazionali, col quel faccino serio serio, che aveva sfoggiato quando, pochi giorni prima, avevamo fatto la carta di identità per imbarcarci in crociera noi tre, felici. Il mese dopo ci attendeva l’altare. Invece nella basilica scelta per il matrimonio si è tenuto il funerale del nostro unico figlio, desiderato e allevato nella gioia e nel rispetto degli altri.
La giustizia non deve essere vendetta, lo sappiamo, ma nella fredda macchina delle procedure fatichiamo oggi a vederci persino il rispetto che abbiamo cercato per quattro anni. Rispetto per un dolore che fra tutti è il più crudele: quello di sopravvivere a tuo figlio, tradito mentre entusiasta si affidava al mondo. Quando si misura in pochi mesi di condanna, teorica, la responsabilità di chi quelle banali soluzioni le ha ignorate, l’impotenza e l’incredulità amplificano il dolore e generano solo rabbia. Risulta, visto da qui, persino un offensivo affronto vedere dibattersi come pesci all’amo i protagonisti, le assicurazioni e i loro agguerriti legali per cercare di ridurre una condanna per noi già blanda e con effetti inconsistenti, attraverso appelli e cavilli che suonano grotteschi davanti alla tomba silente di un bambino.
È un loro diritto garantito dalla liturgia del processo ma vogliamo concederci uno sfogo viscerale giunti a questo snervante primo round, pur avendo ascoltato la sentenza con nessuna sorpresa.
Abbiamo assistito personalmente per quattro anni ad ogni udienza, subendone rimandi, burocrazia e riti assurdi, restando al nostro posto in assoluta compostezza anche quando avremmo voluto imprecare. Abbiamo subito procedure disumanizzanti che pretendono di verificare la sofferenza dei parenti, come se ce ne fosse bisogno, parametrizzare il vuoto della perdita e soppesare metodologicamente a milligrammi il dolore, rendicontando le lacrime di ognuno di noi per monetizzarne il valore effettivo. Oggi, che con drammatica titubanza e sfiducia consegniamo il nostro secondo figlio alle istituzioni educative, e l’altra nostra figlia lo seguirà a breve, superiamo il pudore e due parole abbiamo voglia di dirle.
Le famiglie affidano alle istituzioni il loro bene più prezioso. Se la scuola è un diritto deve esserlo anche la sicurezza garantita, senza scuse, senza attenuanti e senza sottrazioni di responsabilità che siano giuridiche o anche solo morali. I nostri figli devono essere protetti da chi li prende in custodia come li proteggerebbe una madre o un padre. Se non accade, la giustizia dovrebbe tuonare.
Non ci fidiamo di una società dove i piani di sicurezza di un asilo si fanno con il copia e incolla e la filiera istituzionale di atti e decisioni vitali per la scuola e i suoi piccoli cittadini è incoerente e lacunosa; dove la giustizia sottovaluta il danno, attenua le colpe e sospende le pene, non per arbitrio del giudice, lo sappiamo bene, ma per dettato di legge. È degli umani la logica metallica che bandisce valutazioni sugli effetti emotivi nelle parti lese resi dalle proprie sentenze?
La pena sospesa è un lusso che a noi non è concesso. La nostra pena sarà eterna e se credessimo alla sincronicità delle righe iniziali e al messaggio che potrebbe portare, dovremmo disertare, potendo, l’obbligo scolastico.
Ma Luigi ha indossato il grembiulino e un nodo ci strozzava le parole.
Oggi Tommaso avrebbe otto anni e forse sarebbe stato un ottimo alunno, brillante e curioso come già prometteva. Non gli è stato concesso dalla fatale leggerezza di un sistema in cui gli adulti, bravissimi a schivare responsabilità, ignorano il rispetto.
Ci auguriamo che almeno la severa lezione sia chiara a tutti, mentre noi, che soli ne paghiamo le reali conseguenze, possiamo solo prendere una foto del nostro bimbo mai cresciuto e dargli un bacino.
Alessia e Patrizio
L’Aquila 20 Settembre 2026
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