23 Settembre 2026 - 19:57:14

di Tommaso Cotellessa

A L’Aquila il clima politico si fa sempre più caldo. I movimenti all’interno della maggioranza e l’attivismo in seno alle opposizioni fanno capire che la partita delle elezioni comunali ha preso il via.

I giochi si fanno ancora nell’ombra ma fra le fila di entrambi gli schieramenti le discussioni cominciano a farsi sempre più concrete.

Alla primavera del 2027 mancano solo pochi mesi, quando gli aquilani torneranno all’interno delle urne per il votare il sindaco che succederà ai dieci anni dell’amministrazione guidata da Pierluigi Biondi, una puntamento che potrebbe intrecciarsi con le elezioni politiche nazionali.

Se nel centrodestra sembrano crescere i malumori, fra storcimenti di nasi e fuoriuscite, nel centro sinistra, almeno in apparenza, è ancora il silenzio a regnare sovrano. Da parte sua Il Partito Democratico aquilano si è lasciato con gli elettori, lo scorso luglio, con un”assemblea molto partecipata in cui i dem si sono messi in ascolto della città. Il lavoro portato avanti, come chiarito ormai da mesi è quello volto a costruire una coalizione «civica e progressista» il più possibile ampia, dalla sinistra al centro, mentre resta ancora da individuare il candidato sindaco.

Ne abbiamo parlato con Nello Avellani, segretario del Partito Democratico dell’Aquila, per fare il punto sul percorso verso le amministrative, sul rapporto con le altre forze politiche e sui principali temi sui quali il centrosinistra intende costruire la propria proposta alternativa.

Segretario Avellani, quanto saranno importanti le elezioni comunali dell’Aquila del 2027 per il Partito Democratico?

«Quello dell’Aquila sarà un voto fondamentale per il Partito Democratico, ma credo avrà anche una rilevanza nazionale. Proprio qui, con la prima elezione di Pierluigi Biondi, Fratelli d’Italia ha di fatto iniziato la sua scalata: prima Biondi, poi Marco Marsilio alla Regione e infine Giorgia Meloni alla guida del Governo. Credo quindi che il voto dell’Aquila sarà anche un termometro per misurare il gradimento non soltanto del sindaco e della Giunta uscente, ma anche del Governo nazionale. Sull’Aquila si accenderanno inevitabilmente i riflettori della politica nazionale. Noi speriamo, e io credo, che proprio dove è iniziata la scalata di Fratelli d’Italia possa cominciare ad arrestarsi».

Lo scorso luglio il Pd ha organizzato un’assemblea molto partecipata, parlando della necessità di costruire la coalizione più larga possibile e indicando una priorità: prima il programma, poi il candidato. A che punto siete?

«Stiamo lavorando da mesi, senza troppo clamore ma con una direzione chiara: vogliamo essere, anche all’Aquila, testardamente unitari e coalizionali. Non intendiamo imporre alle altre forze candidature o percorsi già prestabiliti, come magari è accaduto in passato, ma costruire insieme un percorso condiviso.

Nelle prossime settimane ci saranno novità rilevanti. All’iniziativa di Palazzo Spaventa di luglio ne seguirà un’altra che stiamo lavorando affinché non sia più soltanto del Partito Democratico, ma dell’intera coalizione civica e progressista che vuole ritrovarsi intorno a un programma alternativo a quello dell’attuale maggioranza. Seguiranno poi altri appuntamenti e laboratori per accompagnare il percorso delle forze politiche presenti in Consiglio comunale e delle realtà civiche che si stanno avvicinando.

Vogliamo rimarginare definitivamente le ferite degli ultimi dieci anni e offrire alla città una coalizione molto ampia, dalla sinistra al centro, questa volta realmente unita. Il programma dovrà essere scritto dal basso e condiviso».

E il candidato sindaco? Avete già individuato un profilo?

«Non abbiamo ancora individuato un nome, ma abbiamo chiaro il profilo. Dovrà essere un uomo o una donna capace di dare il giusto riconoscimento a tutte le anime della coalizione e nel quale possano riconoscersi tutte le forze alternative alla destra. Senza preclusioni e senza veti, ma anche senza voler correre troppo. Vogliamo trovare il nome che meglio di tutti possa far sentire incluse tutte le forze politiche».

Quando parla di “rimarginare le ferite” è inevitabile pensare alla frattura con Il Passo Possibile, che segnò il centrosinistra aquilano in occasione delle elezioni del 2017. È quella una delle fratture che intendete superare?

«Credo sia fondamentale che Il Passo Possibile faccia parte della coalizione di centrosinistra, della coalizione civica e progressista che stiamo immaginando. Non voglio anticipare nulla né interpretare il pensiero dei suoi rappresentanti, ma posso dire che abbiamo profondo rispetto del loro percorso politico e delle istanze che hanno posto in questi mesi.

Abbiamo lavorato affinché le loro esigenze potessero coincidere con le nostre e con quelle dell’intera coalizione. Il clima è molto disteso e i rapporti sono assolutamente cordiali. Sono convinto che siano molte di più le cose che ci uniscono rispetto a quelle che in passato ci hanno diviso. Lavorando insieme, senza veti e senza strattonamenti, credo che ci ritroveremo sulla stessa strada».

Si è parlato molto della possibilità di individuare una figura civica, esterna ai partiti, capace di rappresentare una sintesi della coalizione. Sarebbe una soluzione percorribile?

«Non mi riconosco molto nella definizione di “profilo civico”, perché credo che tutti interpretiamo una sensibilità civica nel momento in cui facciamo politica. Detto questo, un profilo capace di dare rappresentanza e il giusto riconoscimento alle diverse anime della coalizione potrebbe essere la sintesi giusta.

Non abbiamo alcuna preclusione verso una figura terza, a condizione che sia quella che meglio rappresenta un percorso partito dal basso e capace di coinvolgere le forze politiche, quelle civiche, quelle presenti in Consiglio comunale ma anche tutto ciò che si muove al di fuori di esso».

Le primarie, dunque, sono escluse?

«Al momento credo di poter dire che all’Aquila le primarie sono escluse».

Veniamo al programma. Quali sono i temi sui quali intendete costruire l’alternativa all’amministrazione Biondi?

«Un tema fondamentale è quello della vivibilità e, al suo interno, quello dei trasporti. Il trasporto pubblico è una forma di democratizzazione della cittadinanza. Oggi, per chi vive nelle frazioni, muoversi con i mezzi pubblici è un’operazione complessa, se non in alcuni casi impossibile.

Ci sono il tema dello scuolabus per le scuole medie, quello dei parcheggi di interscambio e quello dei collegamenti da e verso L’Aquila. Bisogna garantire una rete di trasporto pubblico ordinata e capace di dare risposte a chi non possiede un’automobile e ai ragazzi che, non avendo ancora la patente, devono comunque potersi muovere in una città che dopo il terremoto si è ulteriormente estesa.

Oggi il trasporto pubblico aquilano è a un livello inadeguato. Basti pensare alla difficoltà di trovare gli orari alle pensiline, allo stato delle fermate o all’assenza di un sito aggiornato che consenta di capire con facilità quali siano le linee attive e quando passerà un autobus».

Un altro tema centrale resta quello della ricostruzione.

«La ricostruzione deve essere conclusa. Dobbiamo evitare che la sua coda diventi infinita. Questo vale per la ricostruzione privata, dove esistono ancora problemi soprattutto nelle frazioni, ma ancora di più per quella pubblica, che è terribilmente indietro.

Penso al parco urbano di Piazza d’Armi, a Porta Barete e ai tanti interventi rimasti nel cassetto. Ma soprattutto c’è il tema fondamentale dell’edilizia scolastica. Ci sono ancora migliaia di bambini e bambine che frequentano i MUSP, edifici scolastici i cui tempi di riconsegna slittano di anno in anno, scuole ancora in fase di progettazione e altre per le quali si arriva a parlare del 2030. La scuola doveva essere la priorità e su questo bisogna accelerare».

Ha citato più volte le frazioni. Quale ruolo dovrebbero avere nella vostra proposta?

«Serve una maggiore attenzione. Si parla molto, giustamente, del destino del centro storico, ma le frazioni rischiano di diventare un buco nero. Mancano spazi pubblici, ci sono difficoltà nei trasporti e problemi nella pulizia e nella raccolta dei rifiuti. Migliaia di aquilani vivono nelle frazioni e bisogna tornare a considerarle pienamente parte della città».

Il 2026 è anche l’anno dell’Aquila Capitale italiana della Cultura. Per l’amministrazione può rappresentare una grande vetrina al termine di dieci anni di governo. Qual è, invece, il giudizio del Pd sul percorso fatto finora?

«Fin dall’inizio ci eravamo messi a disposizione dell’amministrazione perché questo riconoscimento potesse rappresentare un’occasione importante di sviluppo futuro della città, anche rispetto a un asset economico strategico come quello della cultura. Purtroppo siamo rimasti inascoltati.

Capitale della Cultura resta una straordinaria opportunità e ci sono state delle luci, soprattutto grazie ad alcune realtà del territorio che hanno saputo interpretare il riconoscimento. Penso a quanto fatto dal Munda e dal MAXXI, con operazioni culturalmente rilevanti e di respiro nazionale.

La domanda che poniamo, però, è un’altra: cosa resterà sul territorio? L’Aquila ha avuto i riflettori puntati, ma cosa resterà il prossimo anno? Quale sarà il lascito di Capitale della Cultura?».

Temete, dunque, che manchi un progetto capace di andare oltre il 2026?

«Quello che manca è proprio una prospettiva, qualcosa che resti. In questi mesi sul territorio sono arrivate risorse dello Stato, di Restart, della Regione e del Comune. Al di là degli eventi, che durano una sera, cosa resterà fra qualche anno? Cosa significherà cultura in questa città?

È mancata anche una spinta dal basso verso le piccole realtà locali, che in molti casi sono state escluse, nonostante sia proprio lì che si trova il tessuto più creativo e fecondo sul quale si potrebbe investire. Dopo il terremoto si fecero investimenti strutturali, penso al GSSI o alla sede distaccata del MAXXI: quelle sono realtà che restano. La domanda è quindi semplice: fra due, tre, quattro o cinque anni, cosa avrà lasciato L’Aquila Capitale italiana della Cultura? Per adesso, purtroppo, noi non vediamo nulla».