21 Ottobre 2026 - 09:49:58

di Tommaso Cotellessa

A partire dal 10 di ottobre il centrosinistra può fregiarsi di un nuovo soggetto politico: con la presentazione a livello nazionale di Più Uno Ernesto Maria Ruffini e Franco Gabrielli hanno presentato la propria formazione politica. Un soggetto, il cui peso politico è ancora tutto da valutare, chiaramente schierato all’opposizione del centrodestra, che si vuole radicale nei temi e moderato nei modi.

Proprio quest’ultimo è il motto che si può utilizzare per descrivere in estrema sintesi il profilo del partito dell’ex direttore dell’Agenzia delle Entrate e dell’ex capo della polizia, già prefetto della città dell’Aquila.

Una formula che trova la sua declinazione nel capoluogo Abruzzese in Americo Di Benedetto e nel suo Passo Possibile, l’associazione civico-politica da lui fondata ormai quasi 10 anni fa dopo la fuoriuscita dal Partito Democratico.

Un’alleanza ben salda, anzi un’adesione convinta quella di Di Benedetto al progetto di Ruffini, tanto da essere stato tra i primi a organizzare una presentazione del libro-manifesto politico di Ruffini e dare vita al comitato locale Più Uno.

Oggi Di Benedetto è coordinatore regionale del nuovo partito per l’Abruzzo e si prepara dunque ad affrontare in questa veste le sfide politiche nazionali e ancor di più quelle locali, in vista delle imminenti elezioni comunali che vedranno L’Aquila tornare alle urne.

Ernesto Maria Ruffini e Franco Gabrielli hanno lanciato Più Uno, un nuovo soggetto politico che si colloca nel centrosinistra ma intende portare uno spirito nuovo all’interno della coalizione. Quale contributo potrà offrire?

«Sicuramente si tratta di un’offerta politica innovativa, differente rispetto a quelle attualmente in campo. La sua forza nasce innanzitutto dalla credibilità delle persone che la propongono, dalla loro storia personale e dalla loro sensibilità politica, che non può essere ricondotta a schemi del passato.

È una prospettiva che vuole sensibilizzare tutte le componenti del centrosinistra, con l’obiettivo di ampliare la capacità di attrarre consenso, soprattutto tra quanti si sono progressivamente disamorati della politica. La partecipazione elettorale è sempre più limitata e abbiamo la necessità di riportare le persone al centro del dibattito democratico. Credo che la disaffezione derivi anche dalla difficoltà dei cittadini a riconoscersi nell’attuale organizzazione della politica. Troppo spesso la politica appare distante da chi vive quotidianamente i problemi e finisce per risolvere quelli di chi la fa, anziché quelli delle persone.

Bisogna tornare a dire le cose come stanno, parlare alla mente delle persone attraverso la verità, con educazione, trasparenza e sensibilità. Dobbiamo parlare al cuore, anziché limitarci a parlare alla pancia degli elettori facendo leva sulla contrarietà.

In passato si è spesso vinto cavalcando il malcontento, dicendo semplicemente ciò che gli altri non avevano fatto, senza spiegare cosa si sarebbe voluto realizzare. Con l’aggravante che, una volta arrivati al governo, si finisce per ripetere gli stessi comportamenti che si erano contestati. Giorgia Meloni rappresenta soltanto l’ultimo esempio di un fenomeno che abbiamo visto ripetersi nel tempo, su tutti i fronti politici».

Dopo il lancio nazionale di Più Uno si apre una nuova fase. Lei è stato individuato come referente per l’Abruzzo. Quali saranno i prossimi passaggi per la costruzione del partito?

«Il nostro percorso è cominciato più di un anno fa, nel luglio 2025, quando abbiamo organizzato all’Aquila la presentazione del libro Più Uno di Ernesto Maria Ruffini.

Allora non esisteva ancora un vero fermento politico, ma c’era già la volontà di costruire una proposta che potesse strutturarsi nel tempo e assumere una dimensione politica.

Successivamente, attraverso un percorso sviluppato in tutte le regioni italiane, sono nati i comitati territoriali e io sono stato individuato come coordinatore regionale per l’Abruzzo.

Dal 10 ottobre, con la nascita del partito, l’adozione delle regole statutarie e l’avvio dei processi di definizione degli organismi, siamo entrati in una fase nuova.

Attualmente esiste ancora una struttura provvisoria, basata prevalentemente sui riferimenti regionali. A breve dovrebbe essere designata la direzione nazionale, attraverso una selezione effettuata dai vertici del partito.

Dobbiamo però fare i conti con i tempi della politica nazionale. Se si dovesse votare in primavera, avremmo la necessità di concentrarci immediatamente sulle eventuali primarie, sulla competizione elettorale e sulla raccolta delle firme.

Non so se riusciremo a portare avanti contemporaneamente la strutturazione del partito e la preparazione delle elezioni. Se invece i tempi si allungassero, avremmo la possibilità di organizzare il tesseramento, i congressi e tutti quei processi democratici attraverso i quali un partito elegge i propri organismi dirigenti.

Ruffini e Gabrielli hanno ribadito più volte che la nostra collocazione è nel centrosinistra. Non immaginiamo un futuro al di fuori delle due grandi componenti che oggi si confrontano nel panorama politico nazionale.

Riteniamo però che l’attuale sistema elettorale abbia alterato il funzionamento della nostra Repubblica parlamentare. Il governo, secondo l’impianto costituzionale, dovrebbe formarsi dopo le elezioni, sulla base delle maggioranze parlamentari. Per questo considero il sistema proporzionale più coerente con la nostra Costituzione rispetto a quello maggioritario.

La stessa individuazione preventiva di un candidato alla presidenza del Consiglio rischia di introdurre una forzatura rispetto al ruolo che la Costituzione attribuisce al Presidente della Repubblica nella formazione del governo».

Nel centrosinistra nazionale si discute molto di primarie, di possibili federatori e delle candidature di Elly Schlein e Giuseppe Conte. Qual è la sua posizione? Ritiene possibile una candidatura dello stesso Ruffini alle primarie?

«Credo che dovremmo auspicare una soluzione capace di portare tutti oltre le attuali contrapposizioni. Una competizione interna rischia di esasperare divisioni che sono già difficili da ricomporre.

Prima di discutere dei nomi, dovremmo confrontarci sulla piattaforma di governo. Proviamo a immaginare di aver già vinto le elezioni e di dover costruire una maggioranza parlamentare: quali sarebbero i punti sui quali potremmo trovare un accordo?

D’altronde Giuseppe Conte ha già sperimentato, con il cosiddetto contratto di governo, la possibilità di costruire un’intesa tra forze politiche differenti.

Perché non provare a farlo adesso, invece di insistere continuamente sugli elementi che ci dividono? E perché accentuare queste contrapposizioni attraverso le primarie?

Oggi c’è bisogno soprattutto di generosità. È un concetto che ho utilizzato anche all’Aquila. Non possiamo comportarci come se avessimo già conquistato il governo e dovessimo soltanto distribuire gli incarichi. Dobbiamo ancora riconquistare il consenso degli elettori.

Per farlo servono due elementi fondamentali: un’unità reale, non di facciata e non finalizzata alla ripartizione dei ruoli, e la capacità di costruire un’alternativa credibile per il governo del Paese.

Non dobbiamo limitarci a voler mandare a casa chi governa per prenderne il posto.

Se esistesse una figura autorevole, capace di svolgere il ruolo di federatore e di rappresentare un momento di sintesi, credo sarebbe preferibile. Ci consentirebbe di evitare una competizione interna e di concentrare tutte le energie sulla campagna elettorale.

Se invece si dovesse arrivare alle primarie, naturalmente bisognerebbe partecipare al confronto, misurarsi e far conoscere le proprie proposte».

Quale ruolo potrebbe avere Più Uno in questo confronto?

«Bisogna innanzitutto capire su quali basi si svolgerebbero le primarie.

Se diventassero una competizione tra programmi profondamente differenti, il rischio sarebbe quello di perdere una parte dell’elettorato dopo la scelta del candidato. Chi non si riconoscesse nel programma vincente potrebbe decidere di non sostenere la coalizione.

Sarebbe molto più utile costruire prima una visione condivisa del Paese, affrontando proprio i temi sui quali oggi esistono le maggiori divisioni.

Se si dovesse arrivare a una competizione tra Conte e Schlein, ritengo naturale che possano emergere anche altre candidature, capaci di ampliare la partecipazione e rappresentare sensibilità differenti.

Del resto, è proprio l’esigenza di proporre un profilo diverso, meno legato alle logiche tradizionali della politica e maggiormente fondato sulla credibilità delle persone, ad aver contribuito alla nascita del progetto di Ruffini. Resta comunque aperta la possibilità di lavorare a una sintesi politica, a una sorta di federazione».

Veniamo all’Aquila. Dopo una prima fase caratterizzata da numerosi incontri e da un certo entusiasmo, negli ultimi tempi si parla meno dei tavoli del centrosinistra. Possiamo considerare definitivamente ricomposta la frattura tra il Passo Possibile e le altre forze della coalizione? E soprattutto, quell’unità reale di cui parla a livello nazionale si sta concretizzando anche in città?

«Deve concretizzarsi ancora di più, perché all’Aquila questa esigenza è particolarmente evidente.

Ci confrontiamo con un’amministrazione che governa da quasi dieci anni e che ha avuto la possibilità di consolidare profondamente la propria presenza nella città, anche grazie alle ingenti risorse disponibili.

A mio avviso, troppo spesso si è lavorato pensando alle elezioni successive anziché alle generazioni future. Si è perso di vista il disegno complessivo e oggi manca una prospettiva chiara per la città.

Da almeno due anni e mezzo sosteniamo che, per essere competitivi, sia indispensabile costruire un’unità autentica. Non un accordo di facciata fondato sulla distribuzione degli incarichi, ma un progetto di governo capace di rappresentare una vera alternativa.

Dobbiamo anche prendere atto che nessuno di noi è autosufficiente.

Abbiamo figure di qualità, credibili e capaci di raccogliere consenso. Ma se ci limitiamo a scegliere all’interno dei nostri tradizionali bacini elettorali, non riusciremo ad ampliare la coalizione e a renderla realmente competitiva.

Serve una proposta inclusiva, nella quale possano riconoscersi anche persone con sensibilità politiche differenti.

Per questo ritengo importante individuare una candidatura capace di andare oltre i riferimenti dei singoli partiti, compreso il Passo Possibile, che all’Aquila rappresenta ormai una realtà politica strutturata.

Negli ultimi confronti ho registrato una disponibilità condivisa da tutte le forze politiche a percorrere questa strada.

Abbiamo avuto la possibilità di valutare più di un nome di grande valore, sia dal punto di vista umano e professionale sia per la sensibilità politica. Credo che la strada sia ormai tracciata e che prima riusciremo a concludere questo percorso, meglio sarà».

A che punto è concretamente l’individuazione del candidato sindaco? Si parla dei nomi di Alessandro Grimaldi e Fabio Picuti.

«Credo che siamo ormai in dirittura d’arrivo.

La certezza è che il candidato dovrà essere una figura capace di sostenere un progetto politico inclusivo, senza essere espressione esclusiva di una delle componenti della coalizione.

Abbiamo la fortuna di poter riflettere su nomi di primo livello e penso che a breve potremo arrivare all’ufficializzazione della candidatura.

A quel punto sarà il centrodestra a dover accelerare, perché, pur governando la città, non ha ancora sciolto il nodo della propria candidatura.

Noi dobbiamo evitare di essere gli artefici delle nostre sconfitte. La priorità non può essere il ruolo che ciascuno di noi andrà a ricoprire, ma la possibilità di costruire un’azione collettiva di governo».

Il nome di Franco Gabrielli è mai stato preso in considerazione per la candidatura a sindaco dell’Aquila?

«No. Franco è profondamente legato all’Aquila, anche dal punto di vista sentimentale ed emotivo. Ha vissuto qui una parte importante della sua esperienza umana e professionale, che lo ha segnato profondamente. Ma credo che Gabrielli abbia raggiunto, per la sua storia e per il suo percorso, una caratura nazionale tale da rappresentare una risorsa per l’intero Paese, non soltanto per una singola realtà».

Alle prossime elezioni comunali vedremo una lista del Passo Possibile oppure una lista di Più Uno? E lei sarà candidato al Consiglio comunale?

«Il Passo Possibile è una realtà che si colloca in continuità con l’esperienza associativa di Più Uno, che rimane attiva anche dopo la nascita del partito.

Per questo il Passo Possibile e Più Uno saranno i simboli della lista che guiderò, insieme al nome di Americo Di Benedetto.

Credo però che sia giusto offrire ad altre persone la possibilità concreta di candidarsi e di essere elette.

La mia forza elettorale personale, come abbiamo visto anche alle ultime regionali, rappresenta una potenzialità importante, ma può diventare un limite per gli altri candidati, riducendo le loro possibilità di emergere.

Il mio compito oggi è fare un lavoro collettivo, coinvolgere le persone e costruire una lista il più possibile competitiva, capace di svolgere un ruolo importante all’interno della coalizione».

Quindi possiamo escludere una sua candidatura alle comunali?

«Il punto è che io non ho alle spalle un partito tradizionale. Chi appartiene a una struttura partitica può anche decidere di candidarsi, lasciando che siano gli organismi del partito a costruire la lista.

La nostra esperienza è differente. Siamo una realtà politica strutturata, ma siamo anche un gruppo di persone che ha condiviso un percorso, costruendo rapporti di fiducia e di sostegno reciproco.

Io devo mettere la mia esperienza a disposizione del gruppo, senza che la mia presenza finisca per escludere le possibilità degli altri.

Voglio costruire una lista nella quale tutte le candidature siano realmente competitive, composta da persone credibili, di qualità e capaci di raccogliere consenso.

Non posso chiedere a trentuno persone di candidarsi, convincerle a partecipare a un progetto comune e poi presentarmi come trentaduesimo candidato con l’obiettivo prioritario di essere eletto io.

Il mio obiettivo è contribuire alla competitività della coalizione e, speriamo, alla vittoria delle elezioni.

Vorrei soprattutto dare spazio a quanti mi hanno sostenuto in questi anni, anche quando non ricoprivo incarichi istituzionali. In altre parole, vorrei contribuire alla formazione di una nuova classe dirigente».

Un’ultima domanda sul suo futuro politico. Potremmo trovare il suo nome nelle liste di Più Uno alle prossime elezioni politiche?

«Questo dipenderà da una serie di variabili che oggi non siamo in grado di conoscere.

Non sappiamo ancora se ci presenteremo attraverso una formula federativa o con una lista autonoma. Molto dipenderà anche dalla capacità del partito di organizzarsi e strutturarsi sui territori.

Non posso rispondere oggi a questa domanda perché non so quali saranno le condizioni politiche nei prossimi mesi.

Se si dovesse costruire una federazione, sarà necessario trovare accordi e condividere le scelte. Non esistono automatismi.

Credo comunque che la mia storia politica abbia dimostrato una credibilità anche a livello regionale, confermata dall’ultima competizione elettorale. Se ci fosse stato un collegio unico, per intenderci, sarei stato eletto.

In ogni caso mi auguro che la politica riesca ad alzare lo sguardo e a superare la logica dell’interesse immediato. Bisogna comprendere come valorizzare persone che, all’interno del centrosinistra, hanno dimostrato credibilità elettorale, umana e professionale. Mi auguro che si cominci a capire che queste figure, e parlo chiaramente anche di me, non rappresentano un problema, ma possono contribuire alla soluzione. Non pretendo di parlare delle sorti del Paese, ma credo che possiamo dare un contributo concreto per cambiare quelle della nostra regione e, soprattutto, della nostra città».