16 Aprile 2026 - 13:10:03

di Marianna Galeota

Cinque lupi sono stati trovati morti ieri da una pattuglia di Guardiaparco nel comune di Alfedena, in località San Francesco, nell’area contigua del Parco.

Dai primi accertamenti, effettuati anche con il supporto del Nucleo Cinofilo Antiveleno del Parco, intervenuto immediatamente sul posto per la perlustrazione dell’area, sono stati individuati resti che potrebbero far ipotizzare la presenza di esche avvelenate, si legge in una nota del Parco nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise.

«Sulla base degli elementi raccolti, l’ipotesi al momento più accreditata è quella dell’avvelenamento, pratica illegale e indiscriminata, che colpisce la fauna selvatica e mette a rischio l’intero equilibrio
degli ecosistemi – si legge nella nota del Parco -Le carcasse degli animali e il materiale rinvenuto, comprese le presunte esche, sono stati sottoposti a sequestro penale e messi a disposizione della Procura della Repubblica di Sulmona, che coordina le indagini. Oggi il tutto sarà trasferito presso la sede di Avezzano dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale dell’Abruzzo e del Molise per lo svolgimento delle analisi necessarie ad accertare le cause della morte».

«Il fatto si aggiunge a un analogo episodio recentemente registrato nel territorio di Pescasseroli, dove sono stati rinvenuti altri cinque lupi morti – si legge ancora – Anche in quel caso sono in corso indagini da parte dei Guardiaparco e dei Carabinieri Forestali, coordinate dalla Procura di Sulmona, che ha disposto gli accertamenti presso l’Istituto Zooprofilattico per chiarire le cause del decesso, anch’esse ricondotte, in base ai primi risultati preliminari, all’ipotesi di avvelenamento. Due episodi in pochi giorni, con modalità analoghe, rappresentano un segnale allarmante che non può essere sottovalutato né derubricato a fatto isolato. Si tratta di atti gravissimi, che meritano una ferma e netta condanna, non solo perché illegali, ma perché lesivi di un patrimonio naturale di valore inestimabile e incompatibili con una società civile consapevole e responsabile. In un contesto generale segnato da un dibattito sempre più acceso sullo status e sulla gestione del lupo, è fondamentale ribadire che ogni forma di azione illegale e di giustizia fai-da-te è inaccettabile e non può trovare alcuna giustificazione».

«L’utilizzo di esche avvelenate, oltre a colpire indiscriminatamente diverse specie, rappresenta un pericolo concreto per tutta la fauna con particolare riferimento a specie minacciate come l’orso marsicano, specie simbolo e particolarmente vulnerabile, la cui conservazione è prioritaria – precisa il Parco – Si tratta di pratiche particolarmente insidiose, che agiscono in modo occulto e indiscriminato, amplificando la gravità degli effetti e rendendo ancora più urgente un’azione di contrasto decisa. Le attività di indagine proseguiranno senza sosta, così come l’azione di prevenzione sul territorio, anche attraverso l’impiego delle unità cinofile antiveleno, al fine di evitare ulteriori episodi».

Il Parco rivolge infine un appello alla responsabilità di tutti: «chiunque sia in possesso di informazioni utili è invitato a collaborare con le autorità competenti. Solo attraverso l’impegno congiunto delle istituzioni e della società civile è possibile contrastare efficacemente fenomeni così gravi e inaccettabili, che non possono trovare alcuno spazio in una comunità civile e consapevole nel 2026. Eventi di questa natura riguardano l’intera collettività, poiché colpiscono direttamente non solo il patrimonio naturale comune e i valori che ne sono alla base, ma anche l’identità stessa e l’immagine dell’intero territorio. La tutela della biodiversità e il rispetto della Natura non sono ambiti che possano riguardare solo alcuni: chiamano in causa la responsabilità e la sensibilità di tutti. Nessuno può sentirsi estraneo considerando anche le ricadute economiche su settori produttivi primari per il nostro territorio, colpiti dai gesti insensati di pochi».

«Il ritrovamento ad Alfedena, in un’area contigua al Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, di cinque lupi morti è un fatto grave e inaudito, frutto del clima di odio creato in questi anni attorno alla fauna selvatica, delle leggi adottate dal governo, dalle richieste delle regioni e delle scelte di ridurre la protezione a livello UE – questo il commento di Stefano Raimondi, responsabile nazionale biodiversità di Legambiente -. Chiediamo che venga fatta al più presto luce su quanto accaduto in Abruzzo e che si rafforzino le misure di prevenzione e controllo per salvare una specie che ormai è sempre più sotto attacco, anche per via del declassamento del suo status di protezione, avallato lo scorso marzo dal Governo che ha dato il via libera alla legge di delegazione europea. Se l’ipotesi di avvelenamento, che al momento è quella più accreditata, venisse confermata, è chiaro che c’è un problema grave da affrontare al più presto. L’avvelenamento è una pratica illegale, un atto criminale e crudele, che costituisce una delle principali cause di morte della fauna in natura».

«L’Italia deve, inoltre, colmare le lacune normative in fatto di tutela animale, recependo entro maggio la direttiva europea in materia di tutela penale dell’ambiente che prevede tra l’altro che i paesi membri istituiscano dei veri propri delitti per il bracconaggio e il traffico illecito di animali, con almeno tre anni di carcere. Non sono ammessi più ritardi».

Il quadro generale si aggrava, spiegano sempre da Legambiente, con la calendarizzazione in Aula al Senato, a partire dal 15 aprile, del DDL 1552, uno dei tentativi più radicali e profondamente sbilanciati di modifica della legge 157/1992. Legambiente ricorda che il testo interviene in maniera fortemente peggiorativa su aspetti cruciali come la tutela della fauna (di cui il lupo è una componente ecologicamente essenziale); l’uso del territorio; la sicurezza dei cittadini; la legalità e il funzionamento delle istituzioni. Inoltre, il disegno di legge non rafforza gli enti preposti alla vigilanza venatoria, come CUFAA, polizie metropolitane e provinciali e vigilanza volontaria. «Questa assenza è ancora più grave perché il sistema soffre già di una cronica carenza di personale, mezzi, strumenti e risorse», concludono.