22 Aprile 2026 - 19:14:26
di Vanni Biordi
Una data dovrebbe far riflettere chiunque abbia ancora un po’ di senso del tempo: il 6 aprile 2009. Diciassette anni. Non sedici, non quindici, diciassette. Tant’è che quando Stefania Pezzopane e Paolo Romano parlano di «passaggio atteso e necessario», la parola che pesa di più non è né “atteso” né “necessario”. È quella che manca: “finalmente”.
Ieri pomeriggio, a Palazzo Margherita, si sono riunite in seduta congiunta la Commissione Bilancio e la Commissione Territorio del Comune dell’Aquila. Ordini del giorno, relatori, tecnici degli Uffici Speciali per la Ricostruzione, rappresentanti dei costruttori e degli ordini professionali. Una di quelle riunioni che, sulla carta, sembrano il classico adempimento istituzionale. Eppure qualcosa si è mosso, o almeno lo si spera.
Il cratere 2009 rischia di avere una differenza negativa anche fino al 58% rispetto al 2016. Una cifra che non ha bisogno di commenti.
Il nodo è tecnico ma ha conseguenze concrete sulle vite delle persone. Con la fine del Superbonus, quella misura che, al di là del dibattito nazionale, per i comuni del cratere aquilano aveva rappresentato una vera boccata d’ossigeno nella parametrizzazione dei contributi, chi deve ancora ricostruire casa si ritrova in una posizione sempre più svantaggiata rispetto a chi ha subito il terremoto del 2016. L’indicizzazione dei costi nel cratere 2009 è ferma al 2022. Quella del 2016 è aggiornata al 2025. Tre anni di inflazione, rincari dei materiali, costi dell’energia: tutto a carico dei beneficiari del sisma più vecchio. Non è un dettaglio tecnico. È una questione di giustizia.
Il punto è che i presidenti delle commissioni, Livio Vittorini e Guglielmo Santella, parlano di «cambio di paradigma significativo» e di un incremento medio del contributo integrativo «intorno al 30%». Parole che sanno di annuncio positivo e che, in parte, lo sono davvero. L’ingegnere Salvatore Provenzano e l’ingegnere Raffaello Fico hanno presentato soluzioni operative, il lavoro è concreto, e i riferimenti al decreto congiunto del 2022, quello che sbloccò la ricostruzione paralizzata dall’aumento delle materie prime, indicano che si sa come si fa quando si vuole fare.
Ma Pezzopane e Romano non si accontentano. E hanno ragione a non accontentarsi. Chiedono un decreto attuativo unificato, una concertazione reale con gli ordini professionali, e soprattutto che il contributo previsto dalla legge di stabilità non rimanga lettera morta. Perché in questa storia di ricostruzione, la distanza tra le norme approvate in Parlamento e la realtà dei cantieri è stata, troppe volte, abissale.
C’è poi un elemento che rischia di passare inosservato nel dibattito tecnico: la situazione internazionale. L’intervento degli Stati Uniti in Iran ha già prodotto effetti sui mercati delle materie prime per l’edilizia.
Chi costruisce lo sa bene, ogni rincaro sull’acciaio, sul cemento, sui materiali isolanti, si scarica sui preventivi, sui computi metrici, sugli accordi già firmati. E chi stava aspettando il decreto per riaprire un cantiere fermo si ritrova con i numeri che non tornano più. È un’emergenza nell’emergenza, silenziosa e poco raccontata.
Le commissioni hanno promesso di tornare a riunirsi. Il monitoraggio continuerà. Imprese e professionisti attendono i provvedimenti con la stessa urgenza con cui si aspetta un risultato medico: si sa che arriverà qualcosa, non si sa ancora se sarà abbastanza. Nel frattempo, L’Aquila ricostruita e quella ancora in attesa di esserlo convivono nella stessa città, a volte nella stessa strada. Alcune facciate nuove, altre ancora puntellate. Alcune famiglie tornate a casa, altre che aspettano da diciassette anni.
Quel che è certo è che la riunione di ieri non è né un punto di arrivo né, come dice l’opposizione, un semplice atto dovuto. È un test. Il decreto attuativo dirà se questo cambio di paradigma è reale o è la solita formula buona per i comunicati stampa.
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