22 Aprile 2026 - 22:41:23
di Vanni Biordi
È quasi ironico, e profondamente giusto, il fatto che Alik Cavaliere torni a L’Aquila proprio ora, mentre la città si prepara a indossare il vestito da Capitale italiana della cultura 2026. Come se un artista che ha passato la vita a raccontare la libertà imprigionata, la natura che scalpita, l’umanità che si auto‑ingabbia, trovasse qui un luogo che conosce bene il peso delle costrizioni e la forza delle rinascite.
Giovedì 23 aprile, alle 17.30, a Palazzo Benedetti, si inaugura una piccola ma densissima mostra dedicata al Maestro, sostenuta dal Comune, dall’Accademia di Belle Arti e dal Muspac. Un ritorno che non è solo celebrativo perché Cavaliere qui c’era già stato, nel 1968, protagonista di Alternative attuali, una di quelle mostre che restano incollate alla memoria collettiva come un punto di svolta.
Tra le opere esposte spiccano i lavori del ciclo W la Libertà, che Elena Pontiggia descrive così: «gli elementi naturali sono rinchiusi in gabbie metalliche che impediscono loro di espandersi e, quasi, di respirare… alludono al disagio della civiltà, alle convenzioni sociali che reprimono l’istinto, all’innaturalità e alla mancanza di libertà della vita contemporanea». Parole che oggi suonano quasi profetiche, mentre viviamo in un mondo che continua a costruire recinti invisibili e a chiamarli sicurezza.
Cavaliere, invece, aveva capito che la natura scappa sempre, una cosa semplice. Trova un varco, un filo d’erba, un gesto minimo. E in quella fuga c’è tutta la sua poetica, un misto di ironia, inquietudine e vitalità che non ha perso un grammo di forza.
La mostra resterà aperta fino al 31 dicembre e sarà accompagnata da una conferenza con Angela Vettese, Marco Brandizzi, Giuseppe Di Natale e Flavia Angelini. In autunno, poi, un workshop e un film dedicato all’artista all’Accademia di Belle Arti.
Cavaliere, che studiò con Messina e lavorò accanto a Manzù, Funi e Marini, che ebbe due sale personali alla Biennale e portò le sue sculture da Milano a Tokyo, da Los Angeles a San Francisco, torna così in una città che non ha mai smesso di cercare un equilibrio tra memoria e futuro.
E forse è proprio questo il punto, L’Aquila e Cavaliere parlano la stessa lingua. Una lingua fatta di ferite, di resistenza, di bellezza che non si lascia addomesticare. Una lingua che, quando la ascolti bene, ti ricorda che la libertà non è mai un concetto astratto, è un gesto, un respiro, un’opera che continua a muoversi anche quando sembra ferma.
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