04 Maggio 2026 - 15:37:10

di Martina Colabianchi

Il villaggio Esercito, aperto il 1 maggio lungo corso Vittorio Emanuele e a San Bernardino e che ha visto la presenza in 5 giorni di migliaia di persone, non è esente da critiche.

Simona Giannangeli, consigliera comunale de L’Aquila Coraggiosa, commenta come «profondamente sbagliata» l’idea di coinvolgere le scuole in iniziative che «mettono al centro la presenza e l’immaginario militare». Infatti, nei giorni scorsi, gli alunni di diverse scuole aquilane sono stati accompagnati all’interno del villaggio in centro.

L’educazione, per Giannangeli, «dovrebbe offrire strumenti per comprendere la complessità dei conflitti, promuovere il pensiero critico e coltivare valori come la cooperazione, la solidarietà e la nonviolenza. Portare studenti e studentesse a contatto diretto con simboli e pratiche legate alla dimensione militare rischia invece di normalizzare la guerra, rendendola parte del paesaggio quotidiano. Occupare il cuore della città con mezzi e simboli militari trasmette messaggi ambigui e pericolosi alle nuove generazioni».

«In un contesto globale segnato da guerre e conflitti, dalla Striscia di Gaza ad altre aree del mondo – ha proseguito la consigliera -, è fondamentale educare alla pace, alla cooperazione e alla risoluzione non violenta delle controversie. Normalizzare la presenza militare tra i più giovani può contribuire invece a rendere la guerra un elemento accettabile o inevitabile».

Ma è la presenza dell’esercito nell’anno in cui la città è Capitale Italiana della Cultura a sollevare, per Giannangeli, gli interrogativi più profondi ed urgenti. «Una capitale della cultura – dichiara – dovrebbe essere uno spazio di incontro, dialogo e crescita civile, non un luogo in cui si rafforza la percezione della militarizzazione della vita quotidiana. La cultura ha il compito di costruire ponti, non di rafforzare logiche di contrapposizione. L’Aquila, città che ha conosciuto il dolore e la ricostruzione, avrebbe potuto e dovuto essere un simbolo potente di resistenza e di convivenza pacifica».

«Proprio per questo la scelta di enfatizzare la presenza dell’esercito appare in contrasto con i valori che una capitale della cultura dovrebbe promuovere. È necessario ripensare queste iniziative, dando spazio a percorsi educativi e culturali che mettano al centro il rifiuto della guerra, dell’uso delle armi, i diritti umani e la solidarietà tra i popoli. Solo così si può offrire alle generazioni di oggi e di domani un messaggio coerente con le sfide del nostro tempo e con la responsabilità di costruire un futuro diverso».

«La muscolarizzazione dello spazio pubblico e l’esaltazione, anche implicita, della forza e della violenza – prosegue la consigliera – sono in evidente contrasto con una visione del mondo fondata sul rifiuto delle guerre e delle occupazioni militari. La cultura della pace non si costruisce attraverso la familiarizzazione con la forza armata, ma attraverso esperienze che insegnino a risolvere i conflitti senza ricorrere alla violenza. Per questo è necessario interrogarsi con serietà sulle scelte educative e culturali: se l’obiettivo è formare cittadine e cittadini consapevoli e responsabili, allora il messaggio deve essere chiaro e coerente, lontano da ogni forma di esaltazione della violenza mascherata ipocritamente dalla necessità di difendersi».

«Senza dimenticare che l’aumento sconsiderato e inaccettabile delle risorse per le spese militari in questo paese conferma che le priorità non sono la scuola, l’università, la salute pubblica e la tutela dei territori. Dopo questi giorni di “occupazione militare” cittadina, cosa resterà alla comunità? Quale sedime di cultura avrà attecchito nelle menti di questa comunità?».

«Ancora una volta – conclude Simona Giannangeli – questa città perde se stessa e perde vergognosamente la possibilità di scrivere una pagina di storia segnata dalla cultura del rifiuto della guerra».