16 Maggio 2026 - 09:32:41
di Vanni Biordi
Quando un dato viene presentato senza il suo contesto, smette di essere informazione e diventa narrazione. È quanto accade con il +72% di visitatori citato nell’articolo di Lucilla Incorvati sul Sole 24 Ore del 10 maggio, dedicato a L’Aquila Capitale italiana della Cultura 2026.
La crescita è reale. Ma il punto di partenza è il 2018, tre anni prima della pandemia, nove anni dopo il terremoto del 6 aprile 2009 che distrusse il centro storico e azzerò l’economia turistica cittadina.
Misurare una ripresa da quel fondo equivale a dichiarare guarito un paziente che ha smesso di peggiorare.
Lo studio Deloitte citato stima un impatto potenziale di 20 milioni di euro annui. Il condizionale è nel testo, ma scompare nel titolo dell’articolo.
Qui, mi permetto di far notare che la differenza non è stilistica, è sostanziale. L’impatto potenziale presuppone che i visitatori pernottino in strutture aquilane, consumino nei ristoranti locali, acquistino servizi sul territorio. Nessuno dei dati pubblicati disaggrega le presenze per durata del soggiorno o per provincia di pernottamento. Se il flusso è prevalentemente di gita giornaliera da Roma o Pescara, ipotesi tutt’altro che remota per una città a novanta minuti di autostrada dalla capitale, i 20 milioni restano un’aspirazione.
Il confronto con le precedenti Capitali della Cultura è istruttivo ma assente. Matera 2019 registrò oltre un milione di visitatori, con una ricaduta stimata poi ridimensionata del 30% rispetto alle previsioni ufficiali.
Procida 2022 produsse numeri brillanti nel breve periodo, seguiti da un plateau. Il modello “anno zero” del titolo culturale funziona solo se genera infrastrutture durevoli, non eventi.
L’Aquila ha tutto il diritto di celebrare la propria rinascita. Ma la rinascita si misura su dati consuntivi, non su proiezioni.
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