21 Maggio 2026 - 17:27:54

di Vanni Biordi

È bellissimo quando il rettangolo di gioco smette di essere soltanto un campo e diventa qualcosa di più: una piazza, una comunità, un atto concreto di responsabilità collettiva.

È quello che accade domenica 24 maggio all’Area Sport della frazione aquilana di Monticchio, dove va in scena la terza edizione del Trofeo S. Salvatore di calcio a cinque, manifestazione che negli anni si è trasformata in un appuntamento istituzionale per il mondo sanitario abruzzese.

Diciannove squadre, 225 giocatori, oss, infermieri, medici, amministrativi, manutentori e dipendenti delle ditte appaltatrici, tutti afferenti al medesimo Presidio Ospedaliero. Una rappresentanza trasversale che attraversa l’intera struttura gerarchica dell’ospedale e che, sul campo, si ritrova su un piano di assoluta parità.

Il fischio d’inizio è fissato alle 9:00, le premiazioni si terranno intorno alle 18:30, al termine di una giornata animata anche da musica e momenti conviviali. Il fine benefico è il vero cuore pulsante dell’iniziativa. I fondi raccolti sono destinati alla “SRP 1”, Struttura Riabilitativa Psichiatrica post-acuzie di L’Aquila, afferente al Dipartimento di Salute Mentale della ASL 1 Abruzzo.

La struttura accoglie pazienti nella fase successiva a una crisi acuta, con l’obiettivo di stabilizzare la sintomatologia, prevenire le ricadute e favorire il recupero delle abilità sociali, cognitive e relazionali. Un presidio che opera in un segmento spesso invisibile ai riflettori della sanità pubblica: il lungo, silenzioso e determinante percorso che separa la crisi dal reinserimento.

La crescita di adesioni — da circa 100 iscritti del primo anno agli oltre 200 di quest’edizione — non è un dato secondario. È la misura silenziosa di quanto, dentro una struttura sanitaria, la solidarietà riesca a fare sistema quando trova una forma condivisa in cui riconoscersi. Proprio qui risiede l’elemento che distingue il Trofeo S. Salvatore da una semplice manifestazione sportiva. Non è la competizione a muovere i 225 partecipanti, ma la consapevolezza che il gesto atletico può essere veicolo di risorse per chi, in un reparto di psichiatria, combatte battaglie che non finiscono sulle prime pagine dei giornali.

Gli organizzatori Mauro Perinetti e Silvia Frizzi hanno costruito in tre anni qualcosa che assomiglia sempre più a un modello replicabile. Il volontariato interno alla sanità pubblica, agito dai suoi stessi operatori, senza intermediari. Mentre il dibattito sulla salute mentale, oggi come oggi, resta ancora troppo spesso confinato alle emergenze mediatiche, episodi come quello di Monticchio ricordano che la cura si costruisce anche così, con un pallone, una domenica di maggio e la scelta libera di esserci. Esserci, eccome.