04 Giugno 2026 - 11:32:43

di Vanni Biordi

L’Abruzzo prova a fare quello che l’Italia promette da trent’anni. Rimettere insieme i pezzi di un sistema sociale che si è frantumato lungo le linee di confine tra sanità e assistenza, tra ospedali e comuni, tra risorse europee e realtà dei territori. Lo fa con un progetto che porta un nome volutamente collettivo, “Insieme Abruzzo“, e con un evento convocato per oggi alla Sala Ipogea del Consiglio Regionale di L’Aquila.

L’iniziativa è finanziata attraverso il Fondo per lo Sviluppo e la Coesione nell’ambito dell’Accordo di Coesione 2021-2027, con il supporto operativo di Formez PA. L’architettura progettuale mira a costruire «un modello di integrazione socio sanitaria fondato sulla collaborazione tra i diversi livelli istituzionali», come recita l’invito firmato dall’Assessore alle Politiche Sociali Roberto Santangelo. Parole che suonano come una promessa antica, eppure questa volta portano con sé qualcosa di diverso, una struttura di Hub delle competenze pensata non per coordinare convegni ma per rafforzare la capacità attuativa degli Ambiti Distrettuali Sociali.

«Stiamo lavorando per un progetto pilota e l’Abruzzo può diventare capofila di un nuovo modello, partendo dall’ascolto dei territori, dal basso, mettendo al centro le esigenze dei cittadini vogliamo riscrivere che cosa è il sociale e cosa sono tutti quei servizi per il benessere delle persone e soprattutto dei più fragili – ha dichiarato ai microfoni di LaQtv Roberto Santangelo -. Oggi c’è un grande confronto con il monto universitario, accademico e anche con gli operatori del terzo settore, con le istituzioni comunali, con gli enti locali perché insieme creiamo il corpo dello Stato e vogliamo dare i migliori servizi. Giornate come queste servono per aprirsi, dialogare e costruire dei modelli nuovi da poter anche esportare in altri territori. L’Abruzzo non ha paura delle sfide del cambiamento, perché i problemi sono quotidiani e quindi c’è bisogno di modelli diversi. Questo è il primo di una serie di incontri che saranno molto tecnici, ma anche operativi: non solo parlare e raccontare, ma anche creare delle regole certe per i nostri concittadini, dei servizi che vadano incontro alla popolazione più vulnerabile. Attraverso iniziative come queste si pongono le basi di un futuro migliore».

Ed è qui che si annida la vera notizia, e insieme il vero rischio. L’Abruzzo conta trecentocinque comuni, la maggior parte piccoli, spopolati, privi di uffici sociali adeguati. Chiedere a questi territori di diventare protagonisti di un welfare integrato e innovativo significa, concretamente, mettere risorse umane dove non ce ne sono. Nessun documento nero su bianco affronta questo nodo. Eppure è il punto che decide se il modello vivrà o resterà carta.

La scommessa è ambiziosa e non priva di fondamento. Esiste una tradizione di solidarietà diffusa in Abruzzo. Se il progetto saprà appoggiarsi a quella, potrebbe costruire qualcosa di raro nel panorama del welfare italiano, un sistema che nasce dal basso anche quando viene disegnato dall’alto. Potrebbe, quindi, essere un progetto pilota. Non male.

«Siamo grati alla Regione Abruzzo che ci coinvolge in una tematica così importante – ha dichiarato Giovanni Anastasi, presidente Formez PA -. Per noi e per i nostri dipendenti è fonte di orgoglio. Le soluzioni che proponiamo sono essere vicini alle fasce più deboli, quindi attivare tutte quelle soluzioni che abbiamo applicato anche in altre realtà che consentono di raggiungere le persone e i territori e quindi producano quello che in altri contesti abbiamo definito “disintermediazione tra valore pubblico e cittadino”, quindi abbattere le barriere che non sono solo fisiche, ma sono a volte tecnologiche, in questo caso anche sociali».