10 Luglio 2026 - 08:59:05

di Tommaso Cotellessa

Una delle regole non scritte del giornalismo suggerisce di evitare il punto interrogativo nei titoli. In questo caso, però, confido che l’eccezione possa essere perdonata. Quel segno di interpunzione è l’unico capace di dare voce a una domanda che da giorni continua a girarmi per la testa.

Doveva essere davvero questo l’anno di L’Aquila Capitale italiana della Cultura?

L’annus mirabilis del capoluogo abruzzese, l’anno della definitiva rinascita, quello destinato a inaugurare una nuova narrazione della città, rischia invece di consegnarci un’immagine diversa: quella di L’Aquila come il più grande cantiere d’Europa. Una definizione ormai entrata nel lessico comune che, se un tempo evocava la ricostruzione post-sisma, oggi descrive soprattutto una fitta rete di lavori, deviazioni e transenne che sembrano preparare un grande evento. Con un paradosso evidente: l’evento è già arrivato.

Da mesi L’Aquila è attraversata da un intreccio continuo di cantieri. Il terminal di Collemaggio, con il fabbricato ancora inaccessibile per i lavori di riqualificazione, assomiglia a una gigantesca escape room, dove orientarsi tra fermate degli autobus e biglietterie. Viale Corrado IV è diventato un percorso a ostacoli, congestionato da traffico e restringimenti, mentre via XX Settembre, dopo mesi di semafori installati, rimossi e reinstallati, si prepara ad affrontare una nuova stagione di lavori e, inevitabilmente, nuove chiusure.

E poi c’è il parcheggio della Caserma Rossi, una delle infrastrutture ritenute strategiche per accogliere il previsto afflusso di visitatori. A metà dell’anno di Capitale italiana della Cultura, però, quell’opera non è ancora disponibile.

È allora inevitabile che sorga una domanda. Per L’Aquila Capitale italiana della Cultura saremo davvero pronti… l’anno prossimo, quando i lavori saranno conclusi, le promesse mantenute e ogni pietra finalmente al proprio posto?

Viene spontaneo chiedersi se molti di questi interventi non avrebbero dovuto essere completati nel corso dello scorso anno, proprio per arrivare preparati all’appuntamento del 2026. Oppure, provocatoriamente, se non sarebbe stato più opportuno candidare la città per l’anno successivo, quando le opere sarebbero state terminate e pienamente fruibili.

Forse non era possibile. Forse questo era davvero il momento giusto e non esistevano alternative.

E forse sono soltanto i miei occhi a non riuscire a cogliere il disegno complessivo. Per dirla con il poeta, «stagione lieta è cotesta». Magari l’attesa di L’Aquila Capitale italiana della Cultura è essa stessa L’Aquila Capitale Italiana della Cultura.

E allora non resta che aspettare.