23 Settembre 2026 - 09:26:37
di Tommaso Cotellessa
Quello di oggi è un giorno di commiato o un giorno di festa? Un giorno di pianto o di celebrazione?
Non è facile rispondere. Non è facile stabilire quale carattere assuma davvero questa data nel calendario civile aquilano.
Il 23 settembre è un giorno di sangue e di morte. Il giorno in cui nove giovani, animati dall’ardore dell’età, da sogni di libertà e dal desiderio di un futuro più giusto, furono uccisi brutalmente per mano dei nazisti occupanti, con la connivenza dei fascisti. Furono spezzate le vite di ragazzi pronti a rischiare ogni cosa pur di contribuire a scrivere una nuova pagina di storia.
È dunque questa la giornata del lutto? La giornata della morte che stronca ogni anelito, dell’aria gelida che spegne l’ardore e derubrica a ingenuo slancio ogni richiamo verso il futuro?
Altro che livella: fu una picconata nel cuore, un pugnale gelido rigirato nelle piaghe di una città occupata, complice, silenziosa. Un dolore nascosto, soffocato, al quale non fu concesso neppure il grido assordante delle prefiche. Un pugno di terra a tappare la bocca.
Questo accadde 83 anni fa. Un colpo, poi un altro. Un grido spezzato. Le fosse e, infine, il nulla. La terra trasformata in un letto ingiusto, che si voleva eterno.
Una città ignara non poteva immaginare quel tragico epilogo. Soltanto la terra intrisa di sangue ne custodiva la verità: una verità restituita il 13 giugno dell’anno successivo, quando il ritrovamento dei corpi venne a macchiare di mestizia la libertà appena riconquistata e la Liberazione finalmente giunta anche all’Aquila.
Eppure non so se questa sia davvero soltanto la giornata del lutto.
Questa mattina ragazze e ragazzi si incontrano davanti alle scuole per vivere pienamente questa ricorrenza. Ma che Paese sarebbe quello che educa soltanto alla tristezza, che insegna la morte e tramanda l’angoscia? E che scuola sarebbe quella che rinuncia a insegnare per educare unicamente alle lacrime?
Quella di oggi è una giornata di memoria. E la memoria, come il nostro tempo continua dolorosamente a insegnarci, non è solo un tesoro da custodire gelosamente né un talento da sotterrare. È uno strumento da usare, una lente attraverso la quale osservare il presente e provare a immaginare il futuro.
Quelle ragazze e quei ragazzi oggi, nel segno dei Nove Martiri Aquilani avranno l’occasione di fare scuola per davvero: oltre le aule, fuori dalle classi, dovranno mettersi davanti alla memoria e capirne il valore per guardare il mondo con la consapevolezza di chi sa.
Ad accompagnarlo questa mattina degli insegnanti d’eccezione, nove uomini anziani ai quali il tempo non ha potuto regalare le rughe. Nove uomini ai quali la violenza dell’essere umano ha strappato la vecchiaia.
Oggi quei vecchi giovani siedono in cattedra per raccontare un passato che continua a parlare di futuro: un futuro di libertà e di uguaglianza, di sogni e di possibilità concrete; un futuro di lotta, sì, ma di una lotta combattuta per conquistare la pace.
Sono docenti che non si stancano di spiegare e di dare voce. Quella di oggi però non è solo l’ora della lezione, questo giorno è anche l’occasione per interrogarci e ascoltare le nostre risposte. Vogliono sapere che cosa ne sia stato della libertà per la quale hanno combattuto, di quel sogno tanto prezioso per il quale hanno sacrificato la vita.
Sta a noi rimuovere la terra e liberarli dalla fossa.
In un mondo precipitato nuovamente nel caos, tra guerre e ghetti vicini e lontani, tra bombe e ingiustizie, siamo chiamati a decidere se piangere una sconfitta o sorridere per una storia che continua. Se sparare o salvare. Se accogliere o seppellire.
La scelta è interamente nostra.
Oggi siamo tutti a scuola, chiamati a sostenere la prova dei Nove.
Essere il fango che ci circonda o la perla che in esso riluce.
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