02 Febbraio 2026 - 10:44:33

di Vanni Biordi

La riforma della giustizia divide il Paese, ma all’Aquila il fronte del Sì si organizza.

Sei avvocati del capoluogo hanno costituito il comitato locale che sostiene il referendum costituzionale sulla giustizia.

Fabio Alessandroni, Massimo Costantini, Fabiana Gubitoso, Giulio Michele Lazzaro, Maria Leone e Stefano Santoro hanno presentato le loro ragioni, questa mattina nella Sala Lignea del Palazzetto dei Nobili.

«Dobbiamo far arrivare alla società civile, al popolo, alla gente che va a votare innanzitutto che bisogna andare a votare, perché è un referendum confermativo e vince chi prende più voti – ha detto Lazzaro –Bisogna in secondo luogo andare a votare perché è una necessità, da un punto di vista processuale, stabilita già dal Codice di procedura dell’89 e poi dall’articolo 111 della Costituzione. E’ interesse del cittadino avere un pubblico ministero forte ma separato, slegato, completamente libero rispetto al gip che deve vagliare l’operato del pm come fa con quello della difesa. Vorrei mutuare una frase dall’avvocato Caiazza: vorrei che il giudice guardasse al pm con la stessa diffidenza con la quale guarda l’avvocato difensore quando entriamo in utenza. Il cittadino deve sapere che chi lo accusa non è parente nessun modo di chi lo giudica»

Il comitato “SI Riforma” è guidato da Nicolò Zanon, ex vicepresidente della Corte Costituzionale, e da Alessandro Sallusti, giornalista.

La loro battaglia non è di oggi. Viene da lontano, dal 1989, quando l’Italia ha cambiato il processo penale passando da un sistema inquisitorio a uno accusatorio. La riforma costituzionale di cui si parla ora è il completamento di quel percorso.

Oggi in Italia giudici e pubblici ministeri fanno parte della stessa magistratura. Studiano insieme, condividono la carriera, dipendono dallo stesso Consiglio Superiore della Magistratura. Il problema, secondo i sostenitori del sì, è che questa vicinanza mette a rischio l’imparzialità. Un imputato che entra in aula dovrebbe vedere un giudice completamente estraneo all’accusa. Invece, come spiega Lazzaro, il giudice e il pm spesso hanno frequentato gli stessi corsi, votato per le stesse correnti, costruito la carriera nello stesso sistema.

Un esempio concreto. Quante volte un giudice per le indagini preliminari boccia le richieste del pubblico ministero? Proroghe, intercettazioni, arresti. Il dato non esiste, il Ministero non lo fornisce. Secondo i promotori della riforma, questo silenzio nasconde un problema. Il giudice che deve controllare il pm dipende dallo stesso organismo che gestisce la carriera del pm. Il risultato è un sistema dove le richieste vengono quasi sempre accolte.

La riforma prevede tre cambiamenti. Primo, separare le carriere. Chi sceglie di fare il pubblico ministero non potrà diventare giudice e viceversa. Secondo, creare due Consigli Superiori della Magistratura, uno per i pm e uno per i giudici. Terzo, istituire un’Alta Corte per i procedimenti disciplinari, con membri sorteggiati tra avvocati, professori e magistrati esperti.

I contrari, guidati dal procuratore Nicola Gratteri, dicono che la riforma non risolve i veri problemi. Non accorcia i processi, non trova i soldi per le cancellerie, non elimina la lentezza. I favorevoli rispondono che quella non è la sua missione. La riforma vuole garantire una cosa sola. Che chi giudica sia davvero terzo, non legato a chi accusa.

La battaglia politica è trasversale. Massimo D’Alema nel 1997 aveva proposto la stessa cosa. Il Partito Democratico nel 2019 l’aveva messa nel programma. Oggi molti esponenti di sinistra sostengono il sì. Altri, come Nichi Vendola, dicono apertamente che sarebbe giusto votare sì ma votano no per opposizione al governo, sostengono quelli del Comitato per il Si.

Il comitato si è presentato all’Aquila me nei giorni seguenti incontrerà i cittadini a Ofena, Montereale e Barete. L’obiettivo è quello di spiegare che separare le carriere non è una riforma di parte, ma una necessità democratica che l’Europa ci chiede da tempo.