11 Maggio 2026 - 13:00:10
di Marianna Galeota
La città piange Antonio Maria Centofanti (Totò), protagonista della storia culturale dell’Aquila e fondatore, insieme con Maria Cristina Giambruno e Antonio Massena, del Teatro Stabile di Innovazione L’Uovo.
Centofanti e la Giambruno, appassionati di teatro sin dai banchi del liceo classico, hanno segnato la vita del Teatro Accademico dell’Università dell’Aquila (Tadua), formando intere generazioni all’educazione teatrale, sia in platea sia sul palcoscenico.
Il cordoglio del sindaco Pierluigi Biondi
«A nome dell’Amministrazione comunale e della comunità aquilana esprimo sentimenti di cordoglio per la prematura scomparsa di Totò Centofanti, protagonista di una stagione fondamentale per il teatro e la crescita culturale della città. Il suo impegno, insieme a quello di Maria Cristina Giambruno e Antonio Massena, ha contribuito a trasformare il Teatro San Filippo in un luogo simbolo della creatività, della sperimentazione e della formazione di intere generazioni di aquilani. Il Teatro San Filippo, recentemente restituito alla città dopo il lungo percorso di ricostruzione, porta anche il segno della sua visione e del suo lavoro. Alla sua famiglia, alla figlia Giada, ai suoi affetti e a quanti hanno condiviso con lui un percorso umano e artistico straordinario, giunga la mia vicinanza», il cordoglio del sindaco dell’Aquila, Pierluigi Biondi.
Il ricordo di Antonio Massena
«Antonio Centofanti, fine intellettuale, con una profonda conoscenza di tutto quello che ruotava attorno al teatro e all’arte in generale, è stato una persona dalla disponibilità unica, con una sua peculiare e speciale caratteristica: sapeva come porsi e come trattare “alla pari” i bambini e i ragazzi, i primi nostri referenti – il ricordo di Antonio Massena – Non li obbligava mai alla partecipazione ma aspettava che fossero loro a interessarsi a ciò che lui, in maniera molto pacata, proponeva. Lo si vedeva, specie nei primi anni, attorniato e quasi soffocato da decine di bambini e ragazzi che partecipavano ai suoi laboratori. Di una precisione maniacale nello scrivere un articolo, un programma di sala, un progetto, financo una semplice lettera: ogni parola aveva la sua giusta collocazione e il suo giusto peso nel contesto dello scritto. Mai nulla era lasciato al caso o a una possibile maldestra interpretazione del lettore. Carattere schivo ma di una dolcezza infinita, disponibile con tutti, anche fin troppo, mai autoritario: in tutti gli anni passati assieme rarissimamente gli ho sentito alzare il tono della voce, al contrario di me. Ma quelle rare volte in cui accadeva, incuteva un timore reverenziale. Riusciva a lavorare in un disordine ordinato: la sua scrivania era talmente zeppa di carte, documenti, locandine, manifesti, giornali che nessuno, al di fuori di lui, sarebbe riuscito a trovare qualcosa. E quando era interamente coperta, c’era la possibilità che prendesse possesso di qualche altro tavolo, scrivania o sedia. Un comune amico un giorno gli disse: “Totò, ma stai traslocando?”, “no, e la tua ironia è fuori luogo, visto che ti riferisci a questo apparente disordine di carte che disordine non è, essendo questo un mio preciso metodo di catalogazione”. Per comprendere anche se parzialmente la sua personalità, prendo a prestito alcune battute di un’intervista rilasciata ad Angelo De Nicola. Il tratto principale de L’Uovo L’utopia. Che è poi quella che l’ha fatto nascere trent’anni fa. Siccome non ci piaceva la dimensione del mero andare a teatro, ci dicemmo: perché non ce lo costruiamo noi, un pubblico? Di qui la scelta di puntare sui giovani, sull’innovazione, sulla ricerca. Un’utopia che resta il tratto principale dell’oggi: la volontà di fare teatro mantenendo l’autonomia dalla politica. E poi tre domande e tre risposte che racchiudono la sua analisi acuta (era il mese di settembre
2008) Il principale difetto de L’Uovo Di sicuro questa istanza di autonomia e indipendenza. Sarebbe molto più facile “corteggiare” la politica. Il sogno di felicità de L’Uovo La continuità. Che cioè questa utopia vada avanti anche dopo di noi riuscendo sempre a trovare le attenzioni necessarie per darsi continuità. Quale sarebbe la più grande disgrazia per L’Uovo Appunto che chiuda, che finisca l’utopia. E questo non lo dico per me o per altri “padri” e “figli” di questa idea, ma poiché il venir meno significherebbe la fine di una filosofia di vita che non è soltanto certamente la nostra».
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