09 Giugno 2026 - 19:28:02

di Vanni Biordi

Nell’aula magna «Benedetto XVI» dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose «Fides et Ratio» dell’Aquila, Mons. Corrado Lorefice, Arcivescovo Metropolita di Palermo, ha tenuto una conferenza dal titolo “La bellezza che resiste. Cultura, arte e comunità come risposta all’illegalità e alla violenza nel nostro tempo”.

L’occasione era quella delle celebrazioni diocesane per la festività di San Massimo d’Aveia, patrono della città.

L’arcivescovo palermitano, nato a Ispica nel 1962 e guida dell’arcidiocesi dal 2015 per nomina di Papa Francesco, proviene da una terra dove il rapporto tra bellezza e resistenza civile non è una formula retorica. Palermo porta nel proprio tessuto urbanistico le cicatrici della violenza mafiosa, ma anche la memoria viva di chi ha scelto di non piegarsi, da don Pino Puglisi a Giovanni Falcone. Parlare di quella resistenza all’Aquila, città che conosce a propria volta il peso della ricostruzione e della ferita collettiva, rappresenta un incrocio di esperienze storiche di rara densità.

Quel che l’occasione non ha sufficientemente messo a fuoco è la dimensione istituzionale di Lorefice. Il 26 maggio scorso, l’82ª Assemblea Generale della Conferenza Episcopale Italiana lo ha eletto Presidente della Commissione Episcopale per le Migrazioni, incarico che proietta le sue parole su un piano nazionale.

Quando un presule di questo peso parla di «violenza nel nostro tempo», la platea aquilana ha ascoltato, in realtà, una voce che orienterà per il prossimo quinquennio la posizione ufficiale della Chiesa italiana sui temi del disagio sociale e dell’accoglienza.

La conferenza per la festività di San Massimo non è stato un appuntamento locale. È stato, senza che venisse dichiarato, un atto politico nel senso più alto del termine.