29 Settembre 2026 - 09:00:00
di Redazione
Di seguito un interessante approfodimento affidato allo storico e saggista Vladimiro Placidi sulla funzione del chiostro all’interno dell’architettura monastica e sul discusso restauro del Convento della Beata Antonia.
Il chiostro o spazio a corte è un elemento imprescindibile sia dell’architettura monastica che di quella conventuale.
I monaci, come i benedettini e i cistercensi, edificavano i loro monasteri lontano dalla città in ambienti isolati, una “fuga a saeculo” dove ricercare l’incontro con Dio, mentre i frates, come i domenicani ed i francescani, dimoravano nelle vicinanze dei centri urbani o all’interno di essi per ubbidire all’apostolato ovvero testimoniare il Vangelo attraverso la fraternità, l’ascolto, la carità.
Eppure data la differenza tra vita contemplativa per i monaci e vita di missione dei frati la morfologia delle loro dimore è pressoché la stessa rispettando il modulo architettonico che potremmo sintetizzare planimetricamente nella chiesa (A) e nell’edificio abitativo e di lavoro (B). Il chiostro si pone come perno centrale tra la chiesa ed il resto dell’edificio e tutt’intorno ad esso si aprono i locali indispensabili alla vita monastica: refettorio, sala capitolare, magazzini, scriptorium o biblioteca, ingresso interno alla chiesa mentre al piano superiore dei lati del chiostro si impone il dormitorio.

Il claustrum non è solo uno spazio architettonico porticato sui quattro lati, ma assume significato simbolico e mistico, luogo di perfezione, chiuso e serrato, divisione tra esterno ed interno, tra mondo reale e mondo dell’anima; la forma quadrata o rettangolare è forma di perfezione come in Sant’Agostino, forma di stabilità destinata alla preghiera del monaco.
Il pozzo centrale dell’acqua recita l’uso indispensabile alla vita e simbolo di purificazione come l’acqua del battesimo.
Nelle prescrizioni dei benedettini il chiostro chiuso, da dove è vietato uscire, dovrà essere bastevole alla vita del monaco ed alla lectio divina che deve svolgersi al coperto dei corridoi claustrali o “sub divo”.
Nel mondo degli ordini mendicanti ed in particolare in quello francescano, di cui il convento della Beata Antonia è appartenente, il chiostro e l’organismo conventuale hanno un percorso costruttivo diverso a partire dalle Disposizioni Narbonensi di San Bonaventura che ne stabilisce le linee edificative e decorative assimilate alla massima semplicità, ma il chiostro rimane il luogo chiuso dedicato alla preghiera ed alla spiritualità e ciò assume maggiore rilievo in un convento femminile, di clausura stretta. Tant’è che nel nostro caso come nel convento agostiniano di Sant’Amico di stretta clausura femminile le chiese non erano aperte all’esterno ma delimitate da una muraglia e riservate all’uso conventuale, tranne alcune eccezioni. Non è il caso di approfondire le motivazioni di tale accorgimenti limitativi e delimitativi che appartengono alle regole che furono dettate a seguito della Controriforma.
Il sisma del 2009 ha danneggiato significativamente il Convento dell’Eucarestia appellato dagli aquilani della Beata Antonia da Firenze, terziaria francescana del quattrocento e figura centrale nella storia delle clarisse di quel convento.
La riparazione strutturale ed architettonica ha avuto inizio da alcuni anni ed ha interessato la chiesa con il suo importante ciclo di affreschi attribuito a Francesco da Montereale, uno dei massimi esponenti abruzzesi del rinascimento, per passare poi ai compendi abitativi ed al portico del chiostro ovvero di quel che rimane dopo la demolizione degli anni trenta del novecento per il tracciato di Via Sallustio che aprì la grande arteria viaria radendo al suolo parte del costruito antico.
L’abbattimento interessò un lato del chiostro che fu chiuso fino ai primi anni settanta da un muro per impedire la vista ad ogni sguardo e ricreare il quadrato originario pur se mutilato nella sua composizione porticata.
Negli anni settanta invece del volume porticato fu ricostruito, ad opera delle suore clarisse, un nuovo modulo architettonico in calcestruzzo armato adibito a studentato.
Il sisma ha danneggiato anche quella porzione di fabbricato tanto da determinarne la demolizione e ricostruzione come approvato degli Uffici della Ricostruzione.
A seguito della demolizione arriva una decisione tanto improvvisa quanto poco comprensibile ovvero di non ricostruire il volume architettonico e di conseguenza non richiudere architettonicamente il quadrato claustrale.
La motivazione che si legge sugli organi di stampa è quella di lasciare a vista ciò che resta del claustrum al godimento pubblico, così da poter ammirare ciò che a molti (sic!) era sconosciuto.
Non c’è alcuna necessità di entrare nel merito di tale decisione che avversa ogni regola del restauro architettonico, della filologia ricompositiva di un monumento, della conoscenza della storia del monumento, dell’applicazione delle norme di legge che preservano la tipologia architettonica originaria, della tutela.
Lascio ai lettori ogni considerazione in merito.
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