21 Maggio 2026 - 12:48:50
di Vanni Biordi
Le montagne dell’Appennino abruzzese sono attraversate da una contraddizione, come un binario interrotto. Da un lato, 90 milioni di euro di fondi FSC destinati al potenziamento della tratta Sangritana Ateleta–Castel di Sangro, consegnati dal presidente della Regione Abruzzo Marco Marsilio come simbolo di una «nuova fase per la mobilità abruzzese». Dall’altro, il silenzio, pesante, istituzionale, che avvolge la Ferrovia dei Parchi, la cosiddetta Transiberiana d’Abruzzo, la linea Sulmona–Castel di Sangro che attraversa il Parco nazionale della Majella e che, numeri alla mano, è la più frequentata tra i treni storici nazionali.
Quarantamila viaggiatori l’anno, biglietti esauriti con settimane di anticipo, un’esperienza che dal 2012 ha trasformato una ferrovia prossima all’abbandono in un patrimonio turistico riconosciuto a livello nazionale. Eppure, proprio su questa linea, Rete Ferroviaria Italiana, starebbe procedendo alla chiusura del Nucleo Manutentivo Lavori di Castel di Sangro, presidio tecnico indispensabile per garantire sicurezza e prontezza di intervento su un tracciato che si estende per oltre 128 chilometri, attraversa 58 gallerie e tocca i 1.268 metri di quota alla stazione di Rivisondoli-Pescocostanzo, la terza più alta d’Italia.
A denunciarlo sono le cinque segreterie regionali dei sindacati del comparto ferroviario abruzzese — FILT-CGIL, FIT-CISL, UILTRASPORTI, UGL-Ferrovieri, FAST-CONFSAL e ORSA FERROVIE — con un documento che unisce soddisfazione e allarme. Se il finanziamento alla Sangritana viene accolto come segnale di un’Italia che torna a investire nelle aree interne, la dismissione del nucleo manutentivo viene invece definita «una scelta penalizzante e discordante», incompatibile con la logica stessa degli investimenti che RFI ha dichiarato di perseguire.
Il nodo non è soltanto operativo. La Sulmona–Carpinone è una ferrovia storica, e come tale impone standard manutentivi superiori a quelli di una linea moderna, l’armamento, le gallerie, le infrastrutture d’epoca richiedono presidi fissi, non squadre itineranti. In un territorio caratterizzato da morfologia appenninica complessa e orografia che dilata i tempi di intervento, ridurre la manutenzione a cicli programmati equivale, secondo i sindacati, a scommettere sulla fortuna invece che sulla prevenzione. Quello che non è stato considerato, e che merita di essere detto con chiarezza, a mio avviso, è la dimensione economica della questione.
Il turismo ferroviario lento non è nostalgia, è filiera. Ogni viaggiatore della Ferrovia dei Parchi si ferma nei borghi, consuma nei ristoranti, dorme negli agriturismi, acquista prodotti tipici. La linea attraversa territori di pregio come la Costa dei Trabocchi, il Lago di Bomba e l’Alto Sangro, aree che soffrono lo spopolamento e che in questo treno trovano uno strumento di presidio economico, non solo culturale.
Smantellare la manutenzione significa spegnere lentamente quella filiera, senza che nessuno lo dichiari esplicitamente. I sindacati chiedono un tavolo di concertazione che coinvolga RFI, enti locali e rappresentanti del turismo. La richiesta è ragionevole. La risposta, per ora, è il silenzio.
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