23 Luglio 2026 - 09:44:04
di Tommaso Cotellessa
«Questo Paese non si salverà. La stagione dei diritti si rivelerà effimera se in Italia non nascerà un nuovo senso del dovere».
Con questa frase, pronunciata da Aldo Moro nel 1977, Luigi Zanda conclude uno dei suoi ultimi interventi sul Sole 24 Ore. Non è una citazione destinata a infiammare le piazze. È una frase severa, quasi disillusa, e proprio per questo sorprendentemente attuale. La sua forza sta nella lucidità con cui descrive un problema che continua a manifestarsi nel presente.
Nel richiamare quelle parole, Zanda individua nella crisi del senso del dovere una delle cause “immateriali” del declino italiano. Cause difficili da misurare, ma non per questo meno reali. Lo fa partendo da un dato: negli ultimi anni l’Italia ha beneficiato di risorse senza precedenti, tra fondi del PNRR e bonus edilizi, per centinaia di miliardi di euro, senza che questo si traducesse in una crescita strutturale del Paese. I numeri dell’economia possono spiegare molto, ma non tutto. Esistono anche fattori culturali, morali e civili che incidono sulla qualità di una nazione.
Tra questi vi è certamente il progressivo affievolirsi del senso del dovere.
La Costituzione italiana non si fonda soltanto sui diritti, ma sull’equilibrio tra diritti e doveri. Non è un caso che l’articolo 2 riconosca i diritti inviolabili dell’uomo richiedendo, al tempo stesso, l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. È questa la vera alternativa al totalitarismo fascista del «credere, obbedire, combattere»: non l’abolizione del dovere, ma la sua democratizzazione, il suo radicamento nella libertà e nella responsabilità.
Eppure sembra che oggi, più che quel motto autoritario, si sia affermato il suo contrario: chiedere, dubitare, disertare.
Sia chiaro: dubitare è infinitamente più sano che obbedire ciecamente. Rivendicare diritti è infinitamente più giusto che sottomettersi. Ma quando questi tre verbi si separano dalla responsabilità e dal senso della comunità rischiano di trasformarsi in un’altra forma di impoverimento civile. Chiedere senza contribuire. Dubitare senza costruire. Disertare ogni responsabilità.
È il popolo dell’astensione elettorale, ormai vicino alla metà degli aventi diritto. È il popolo del «tanto non cambia nulla». È il menefreghismo elevato a stile di vita. È anche, senza infingimenti, il Paese dell’evasione fiscale, dell’indifferenza verso il bene comune, dell’idea che il dovere riguardi sempre qualcun altro.
Naturalmente sarebbe un grave errore contrapporre diritti e doveri, come se le battaglie per i diritti fossero la causa della crisi italiana. Sarebbe una caricatura, oltre che un’ingiustizia storica. I diritti conquistati in questi decenni rappresentano uno dei patrimoni più preziosi della nostra democrazia.
Il punto è un altro.
La stagione dei diritti, da sola, non basta. Accanto ad essa deve riaprirsi la questione sociale. E la questione sociale, prima ancora che economica, è una questione di corresponsabilità.
Nessun deus ex machina potrà risolverla al nostro posto.
Negli ultimi trent’anni il progressivo deterioramento della credibilità della classe politica, culminato simbolicamente con Tangentopoli, e proseguita con la deriva populista ancora in atto, ha prodotto un effetto devastante: ha trasformato la parola “politica” in un termine sospetto, quasi maleodorante. Quella che Pio XI definiva «la più alta forma di carità» è diventata, nella celebre e amara definizione di Rino Formica, «sangue e merda».
Ma una società che disprezza la politica finisce inevitabilmente per rinunciare anche alla propria capacità di trasformare la realtà. Senza politica resta soltanto la lamentela permanente, l’indignazione intermittente, l’attesa messianica di un uomo solo al comando che risolva problemi che appartengono invece alla responsabilità collettiva.
Per questo la questione sociale richiede oggi anche un rilancio della questione politica. Non della politica intesa soltanto come professione o mestiere, ma della politica come postura dell’esistenza, come modo di abitare il mondo, come disponibilità a riconoscersi custodi gli uni degli altri.
Papa Leone XIV, nell’enciclica Magnifica Humanitas, riprendendo l’immagine biblica del libro di Neemia, ricorda come Gerusalemme venga ricostruita grazie a un popolo in cui ciascuno lavora al tratto di muro che gli è stato affidato. Nessuno ricostruisce la città da solo, ma nessuno può sottrarsi al proprio compito sperando che sia un altro a farlo.
È una lezione che vale anche oggi.
Ricostruire un Paese significa accettare che ciascuno abbia un piccolo tratto di muro da edificare: pagare le tasse, partecipare alla vita democratica, svolgere con serietà il proprio lavoro, rispettare le istituzioni, educare, prendersi cura degli altri, non considerare il bene comune come una terra di nessuno.
Forse, prima ancora di domandarci cosa possiamo ottenere dallo Stato, dalla politica o dalla società, dovremmo tornare a porci una domanda più semplice e più esigente: che cosa posso dare?
Solo recuperando questa domanda il rapporto tra diritti e doveri potrà ritrovare il suo equilibrio originario. Solo allora le parole di Aldo Moro potranno finalmente appartenere alla storia e non continuare a descrivere, con inquietante precisione, il nostro presente
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